Crescere sognando
Nelle fiabe di un tempo, quelle che iniziano con “c’era una volta”, c’è sempre una principessa che vive in un castello, prigioniera di un drago, che aspetta il principe azzurro per essere liberata. In alcune c’è anche la strega cattiva o la fata turchina, ma questa non è una favola come le altre.
Nella mia fiaba ci sono due principesse, che vivono in due castelli, diroccati sulla cima di due montagne che spiccano una all’estremo est, una all’estremo ovest, di un villaggio vispo e sereno chiamato Pragovia.
Principessa Lara vive in un castello di vetro, ovviamente infrangibile, dove sedie, tavoli, mobili, perfino il divano sono di vetro (ebbene sì, nella nostra fiaba ci sono i divani all’interno dei castelli!). Colonne di cristallo larghe, strette, sottili o giganti invadono le stanze, ammaliando gli ospiti con splendidi giochi di luce creati dall’acqua che scorre su e giù spumeggiando e contorcendosi in frizzanti bollicine. Le inferiate delle finestre sono in acciaio, dal quale di tanto in tanto spiccano forme di pesciolini tropicali dello stesso materiale. I bordi della tavola da pranzo, delle cornici, dei forni sono contornati da conchiglie di tutte le forme e colori, incastonate come gioielli.
Palmella era una morettina dai capelli lunghi fino alle spalle, dritti come fili d’erba-se piovessero perle si infilerebbero tutte nei tuoi capelli-le ripeteva sempre la mamma. Occhi scuri come la pece, orecchie un po’ a sventola, alta e slanciata, sempre in movimento, non riusciva mai a star ferma. Aveva diciassette anni quando la mamma se ne volo’ in cielo e il papà, non reggendo alla sofferenza di vivere e frequentare gli stessi posti di prima, decise di trasferirsi dal centro di Roma, alla periferia, in una piccola casa diroccata fuori città.
Palmella era diventata irriconoscibile, aveva un dolore dentro che non riusciva a colmare, non parlava, si era chiusa in se’ stessa e il suo sguardo e i suoi occhi racchiudevano un’infinita tristezza. Piangeva nel segreto della sua stanza.
Odiava il papà che l’aveva costretta ad allontanarsi da tutto ciò che le ricordava la mamma, dal profumo della biancheria appena lavata alla tovaglia di fiandra che avevano acquistato assieme ad un mercato rionale. Non poteva più aprire l’armadio e affossare la testa nel lungo golfino di maglia grigio che odorava del suo profumo, profumo di miele e di rose, profumo di buono. Aveva solo le foto, e passava giornate intere a guardarle, ad accarezzarle, a sognare, con l’illusione che tutto fosse come prima. Prestava però massima attenzione a non rovinarle con le lacrime e si chiedeva come potesse averne tante dentro di sé e se mai si sarebbero esaurite.
La decisione del padre era irremovibile e poche settimane dopo, nell’illusione di abbandonare un posto familiare e con esso il loro dolore, col desiderio di chiuderlo dentro a chiave e lasciarlo a chilometri di distanza, si trasferirono nella nuova abitazione.
C’era una volta un omino tutto giallo.
Io penso che il giallo sia un colore stupendo, il colore del sole, il colore del tuorlo d’uovo, dei petali dei girasoli, delle mani della mamma che impasta la crostata di pesche. Il colore dell’alba al mattino, screziata da quel velo candido che le fa assumere una tinta dorata, il colore della stella cometa, della paglia, dei taxi, della polenta, delle borse della spesa. Ma tutti quanti nel paese di Tintorelandia consideravano quell’omino difettoso. E chissà mai perché difettoso? Difettoso è qualcosa che non riesce, una ciambella senza buco, una ruota di scorta forata, una pellicola che si interrompe a metà, ma mai un uomo, perché chiunque ha un aspetto, una caratteristica, un lato migliore di noi e uno un po’ peggiore, e ognuno è diverso dall’altro, ma mai lo si può definire “difettoso”. E non è che gli abitanti di Tintorelandia fossero molto simili a noi: ogni parte del loro corpo era tinta di un colore diverso, chi aveva il collo del colore dei pascoli erbosi, chi la coscia color della notte, gli occhi color del fuoco, la bocca nera come la notte. I piedi viola come l’uva, le mani bianche come la neve. I capelli, chi lisci, chi ricci, chi corti, chi lunghi, chi rosa, chi arancioni, chi azzurri, chi rossi.
DEDICATA AL MIO CARO E MIGLIORE AMICO GIAN!
L’estate stava per finire: il sole scaldava ancora, ma non più con l’intensità di agosto, i rami erano rigonfi di foglie, ma alcune tendevano ad assumere un colore dorato, e sembravano pronte, di li a pochi giorni, a staccarsi dall’albero per poi formare un grande tappeto ambrato.
Melodi svolazzava tranquillamente sopra la corolla di un violaceo astro selvatico, i cui pistilli si ergevano al cielo, ronzava attorno ad una gamba di granoturco percorrendola dalla cima del pennacchio baciata dal sole fino all’ultima parte visibile di radice, appena affondata sul terriccio secco. Si avvicinava il più possibile ai raggi del sole, per essere avvolta e coccolata dal loro calore. Scivolava sopra l’acqua del laghetto acquitrinosa dove le paperelle sguazzavano e rincorrevano, cercando di non perdersi, la scia di mamma papera. Spiava dall’alto della sua posizione lo scoiattolo che stava stringendo una ghianda tra i denti e che laboriosamente la portava nella sua tana, asciugandosi il sudore, di tanto in tanto, con la sua gonfia coda, ma soddisfatto della scorta che si stava procurando per l’inverno. Guardava con interesse le altre api, mentre creavano dal nulla, sotto lo sguardo attento della regina, quella sostanza tanto ghiotta e dalle infinite proprietà benefiche, che è il miele. In realtà avrebbe dovuto farlo anche lei, ma, come dire…si era presa una piccola pausa.
Era piccolo e spelacchiato e apparteneva alla razza dei gastrelli.
Per chi non lo sapesse, ai tempi in cui narro la storia, un gastrello era un animale grassottello e peloso, né gatto, né pipistrello, quattro gambe un po’ storte munite di aguzzi artigli che permettevano il facile aggrappaggio ai tronchi e una pronta difesa, due ali che ricordavano un po’ quelle dei moderni deltaplani. Il suo manto era striato come quello delle zebre, non di nero e bianco, ma dei colori dell’arcobaleno e, nonostante lui amasse la luce, la brillantezza e la vivacità, sul suo pelo stonavano come un pinguino nel deserto!
Si chiamava Boris, nome che gli aveva dato la mamma che amava la letteratura russa, prima di morire dandolo alla luce, ed era l’unica cosa che gli piaceva di sé. Si sentiva solo, brutto ed inutile. Ed era deriso dagli altri animali della foresta.

Ehi, guardate la’…- gracidavano le rane nello stagno spettegolando allegramente -…c’è quell’animale strano, che non ha l’agilità di un gatto, non ha la destrezza di un pipistrello, non ha i colori e la brillantezza di una farfalla né le striature definite della zebra…Non miagola e non sibila, ma emette strani suoni, lunghi, acuti, fastidiosi, e si ritrova sempre da solo…-
Il suo nome era Rumabello, ed era un drago.
Era un drago particolare, candido come la neve, con una criniera appuntita arancione, dello stesso colore delle sue due macchie tatuate sulla schiena. Due macchie dai contorni dell’oro, due macchie particolari, magiche, dono di un angelo quando era nato. Custodìt, il Suo angelo protettore aveva voluto dargli una specie di risarcimento, nulla in confronto alla perdita della madre, avvenuta mettendolo al mondo, ma senz’altro un dono prezioso. Rumabello non sapeva del valore della sua immensa dote finché, all’età di tre anni, Custodit non gli era apparso in sogno e gli aveva rivelato che aveva la possibilità di esprimere un desiderio per macchia, e che lui avrebbe provveduto ad esaudirlo.
Nel villaggio degli gnomi dal naso lungo viveva anche Notabella, una splendida femmina di usignolo, dal piumaggio folto e violaceo. Notabella aveva piume lunghe e morbide, attorno al collo un collare rosato, dello stesso colore della punta della coda e delle ali. Un becco ad uncino, color del sole, zampe sottili e scattanti, artigli pronti alla difesa, ma che mai gli erano serviti fino a quel momento. E quando si librava in volo le sue ali erano talmente grandi da offrire un caldo riparo, nei giorni di pioggia, ai calabroni, alle libellule, agli scarafaggi, agli scarabei.
Ma la grande qualità di Notabella era la voce: il suo canto era magico.
Il villaggio di Eccomiquasonlà era abitato da miriadi di folletti, che durante tutto l’anno si davano da fare per far felici bimbi ed adulti nel giorno Magico dell’anno, nel giorno in cui i desideri espressi davanti alla capanna del presepe possono diventare realtà, nel giorno in cui le aspirazioni e i sogni fantasticati davanti alle stelle cadenti possono realizzarsi. Ad ogni folletto è affidata una persona e, nessuno lo sa, ma questo essere piccolissimo ci vive accanto ogni giorno, ci studia, ci guarda vivere, sognare, amare e soffrire, ci sta accanto, ci asciuga le lacrime quando stiamo piangendo, ci tira le labbra per farci sorridere, ci nasconde i vestiti nell’armadio quando intendiamo indossare maglioni neri per lasciarci solo quelli colorati…Un folletto è alto poco più di una spanna, indossa sempre una tuta rossa, durante i mesi estivi con maniche e pantaloncini corte, durante quelli invernali imbottita e rivestita di pelle di renna e munita di cappuccio.

Oreste era un cucciolo di micio rimasto orfano nei primi giorni di vita: la mamma era andata a caccia di cibo per la sua cucciolata e non era più tornata. I poveri mici avevano passato giorni interi a piangere e sbraitare, nella speranza che la mamma, sparita senza alcun motivo, potesse ritornare, ma non era successo. Qualche giorno dopo, quando ormai avevano finito il fiato in gola, e il loro musetto era diventato triste e buio, furono adottati da Marco, un bimbo di sei anni che, con gran sorpresa li aveva scovati nel fienile del nonno. Marco si era preso cura di loro fin da subito, li aveva nutriti con il biberon che usava da piccolo, li aveva scaldati con le coperte di calda lana del suo lettone, li aveva accolti in casa, preparando loro una cesta accogliente e posizionandola sotto al focolare.
Ma a Oreste quella vita non piaceva: era stanco di essere stropicciato affettuosamente sul naso di Marco, esposto con fierezza ai suoi cuginetti, passato di braccio in braccio, imboccato e ripulito. I suoi fratelli adoravano invece essere coccolati e ricevere quel calore che non avevano più ricevuto dalla mamma. E, mentre loro nutrivano nei confronti di quella madre sparita nel nulla, un senso di fastidio, quasi di odio per averli abbandonati, Oreste era convinto che non poteva essere così, e voleva sapere.
C’era una volta…ma forse c’è ancora…una cittadina rumorosa e frenetica, situata sulla costa Giapponese: Timeoclock non era molto grande, ma era affollata, affollata di persone, di cose, di case, di strade…E a Timeoclock nessuno aveva tempo per nessuno, tutti correvano da una parte all’altra della strada, uscivano di casa, chiudevano la porta ermeticamente, niente chiavi per risparmiare tempo, nessuna combinazione di allarme per non doverla ricordare, e salivano in macchina, la cui portiera era già aperta per facilitare l’operazione.
Sono fiabe che hanno l´intento di lasciare un messaggio a chi legge, indirizzate ad un pubblico di ragazzi dagli otto anni in su´... e forse anche agli adulti.
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