C’era una volta…ma forse c’è ancora…una cittadina rumorosa e frenetica, situata sulla costa Giapponese: Timeoclock non era molto grande, ma era affollata, affollata di persone, di cose, di case, di strade…E a Timeoclock nessuno aveva tempo per nessuno, tutti correvano da una parte all’altra della strada, uscivano di casa, chiudevano la porta ermeticamente, niente chiavi per risparmiare tempo, nessuna combinazione di allarme per non doverla ricordare, e salivano in macchina, la cui portiera era già aperta per facilitare l’operazione.

Non esistevano i parchi, inutile spreco di area edificabile. I cani venivano portati a passeggiare intorno ai lampioni, che servivano ad illuminare la strada, ogni sera dalle ore 8,15 alle ore 8,30 dai Signori mariti, mentre le Signore mogli infilavano il cibo confezionato e precotto dal freezer al microonde, impostando il timer alle ore 8,32.
I bambini non conoscevano i parchi giochi, ma grandi sale super accessoriate, piene di birilli, palle, forme spugnose o plasticose e luci intermittenti, e nelle quali voci metalliche e tremanti da un microfono annunciavano ripetutamente le regole di comportamento. Nelle case i caminetti erano sostituiti da grossi termosifoni, brutti e color grigio topo, ma pratici e indispensabili per risparmiare il tempo di raccogliere la legna, accendere il fuoco, continuare a  tenerlo vivo e sedervisi accanto per parlare. Non si conosceva il tempo libero, non si leggeva, non esistevano passatempi. Capitava spesso che sul forno a  microonde venisse digitata la pass-word del computer. Capitava spesso che si aprisse il garage con l’allarme della porta dell’ufficio. Capitava spesso che i bambini  a scuola comunicassero con il proprio vicino di banco scambiandosi delle mail di posta elettronica. Nessuno a  Timeoclock si salutava più. Nessuno rideva, ma nessuno nemmeno piangeva. Le emozioni costavano tempo, fatica, e dovevano essere giustificate. Le persone correvano e guardavano l’orologio. Tutti indossavano almeno due orologi contemporaneamente, uno che veniva ripetutamente consultato, l’altro per controllare che il primo funzionasse perfettamente, di modo che i programmi della giornata non venissero irreparabilmente danneggiati. Tutti si svegliavano con la suoneria del cellulare per poi controllare l’ora sulla radiosveglia e nuovamente sul pendolo in cucina, per non sgarrare dai due minuti riservati a ingurgitare in gran fretta il liquido nerastro della tazza del caffè, surriscaldata nel forno a  microonde. Anche i cani e gatti erano muniti di mini sveglia al collare, la cui suoneria scandiva i tempi della loro giornata.

Accadde un giorno che la Vecchia Signora, che di nascosto sbirciava il faticoso andirivieni degli esseri umani, scandalizzata dal comportamento degli abitanti di Timeoclock, decise di prendere dei provvedimenti. La Vecchia Signora era una donna dai lunghi capelli grigi, raccolti sulla nuca da un fermaglio luccicante a forma di farfalla, color azzurro mare. La Vecchia Signora indossava sempre abiti ampi, lunghi ed eleganti, pieni di veli e di strass. La Vecchia Signora sorrideva sempre: rideva con gli occhi, con lo sguardo, con la bocca, con tutto il corpo. Non si truccava perché il suo volto era sempre illuminato dai colori della natura. Non indossava collane o braccialetti, sul suo corpo leggiadro ma paffutello vi si appoggiavano svolazzanti farfalle e libellule pazzerelle. La Vecchia Signora amava danzare con gli uccellini che canticchiavano le loro melodie mattutine, amava fare a  gara con i cani per raggiungere i bastoni lanciati dagli abitanti di Timeoclock, guardare il mondo e sorridere… E amava coltivare l’orto, cucinare deliziosi pranzetti, leggere, mangiare succose fette d’ananas ricoperte di panna montata, raccontare fiabe ai suoi nipotini, abbandonarsi sull’amaca per ascoltare il soffio del vento e percepire le melodie e i suoni della natura. Nessuno l’aveva mai vista, forse perché se ne stava ben nascosta, o forse perché nessuno aveva il tempo di vederla, o forse perché tutti, presi dalla loro vita, si erano dimenticati che esistesse. Era da un po’ che La Vecchia Signora senza nome si chiedeva che senso avesse la vita degli abitanti di Timeoclock, e spesso si interrogava sul perché non dedicassero un po’ di tempo a sé stessi, e ai loro figli, sul perché le mamme non preparassero sontuosi pranzetti o insegnassero alle figlie ad impastare la focaccia.


Non voleva punirli, voleva solo cercare di farli riflettere, di far cambiare il loro modo di vedere, di far apprezzare le piccole grandi cose che avevano al loro fianco ma non riuscivano a  vedere perché troppo occupati. Non voleva che potessero rendersi conto troppo tardi di quello che avevano perso…Ci aveva riflettuto per tre giorni e tre notti, si era fatta dare consiglio dal cinguettio allegro e festoso dei passerotti che la mattina mangiavano le  briciole di pane sul davanzale della sua finestra, e aveva ascoltato il fruscio del vento che porta le voci da lontano e le trascina di nazione in nazione, da un popolo all’altro. Poi le venne un’idea: alzò un dito verso il sole, mormorò qualcosa, poi sghignazzando batté i tacchi due volte contro una grossa pietra e andò verso la sua casa, diroccata in cima alla montagna.
L’indomani, quando gli abitanti di Timeoclock si svegliarono per poco non andarono a sbattere contro al muro, o contro la porta, o addosso al tavolo, tanto erano scioccati…Gli orologi non funzionavano più: le due lancette erano bloccate una sopra all’altra sulla mezzanotte, e non accennavano a  muoversi. C’era chi controllava minuziosamente gli ingranaggi del proprio cucù, chi correva da una parte all’altra della stanza per intercettare le possibili anomalie della radio sveglia o del pendolo, per poi ritornare alle lancette immobili di quello ben agganciato al polso. Tutti sembravano impazziti: chi doveva andare al lavoro non sapeva più a che ora alzarsi, le mamme accompagnavano i bambini a   scuola agli orari più disparati, la gente correva senza saper dove andare, e ai poveri cani non erano più consentiti i quindici minuti di passeggiata, in quanto non era più possibile capire qual era l’orario destinato alla loro  uscita. I Timeoclocchiani tentavano di guardare il sole: col buio dormivano, sbirciando con un occhio la finestra socchiusa per scorgere il primo raggio di sole, visto il quale si alzavano e ricominciavano la loro irrefrenabile corsa.


La Vecchia Signora era scioccata, quasi disperata, si rendeva conto di aver creato ancora più caos di quello che già prima c’era e di non aver per nulla risolto il problema. Ma cosa poteva fare? Per nulla rassegnata si tolse le scarpe, si sedette sopra ad un fungo gigante, incrociò le gambe, e , appoggiando i palmi delle mani al mento, guardò il cielo come per chiedere consiglio. Inaspettatamente il sole cominciò ad oscurarsi, grossi nuvoloni grigi, gonfi e fumosi coprirono completamente l’azzurro vivo e spumeggiante. Gli uccellini si rifugiarono sotto la paglia dentro ai loro caldi nidi, gli scoiattoli si nascosero dentro ai tronchi, le farfalle sparirono, le foglie cominciarono a frusciare vorticosamente per la strada. Tutto era buio e nero, e, anche se le persone avrebbero giurato fosse pomeriggio, non c’era più traccia alcuna di luce.
Tutti tornarono nelle proprie case e si riunirono attorno alle tavole interrogandosi su casa potesse essere successo. Dapprima i dubbi venivano silenziosamente tenuti per sé, poi venivano confidati alla moglie, per poi diventare argomento durante i pasti. Non si poteva quantificare a livello di ore, ma già da qualche tempo, forse un giorno o due, la situazione era rimasta inalterata. Non si poteva uscire di casa a causa di quel buio insistente e spaventoso, nero e scuro, pieno di ombre e di misteri. Così la gente se ne stava chiusa in casa, e, non potendo accendere la televisione perché anche i telegiornali erano “momentaneamente bloccati per mancanza di spiegazioni da fornire ai cittadini”, cominciava a parlare tra di loro. La mamma di Thomas scoprì che lunedì il figlio era stato il migliore nel tema di italiano, quella di Luca che il bimbo non riusciva a fare gli esercizi di matematica, e gli propose di aiutarlo. Linda chiese alla nonna di insegnarle a fare la polenta, la mamma entusiasta volle sperimentare con le due cuoche la torta al cioccolato. Denis chiese al papà di giocare a calcio con lui e organizzarono per l’indomani una partita a calcetto con gli amici al chiaro di un falò acceso in giardino. Sara sorrise al marito. Nonna Greta pianse perché la figlia dopo anni le aveva detto che le voleva bene. Ugo cominciò ad appassionarsi di pesca sportiva sfogliando le riviste del papà, mentre Sabrina passava ore ad ascoltare i cd di musica nascosti e stipati fino a  quel momento in soffitta.
Era sceso un velo buio che aveva appannato il cielo, ma che era riuscito a togliere quella ragnatela, quel vecchiume, quella mancanza di sentimenti, quel correre frenetico, quel non vivere, che imprigionava gli abitanti di Timeoclock. La Vecchia Signora era soddisfatta e sicura che, anche fra qualche giorno, quando sarebbe ritornata la luce, le cose non sarebbero cambiate perché le persone avevano imparato a volersi bene, ad ascoltarsi, a parlarsi, avevano capito che grandi valori stavano perdendo.

E, anche se probabilmente avrebbero continuato a  guardare l’orologio, non avrebbero però proseguito a  correre senza meta, non avrebbero confrontato l’ora sui tre orologi di casa, e non sarebbero stati ossessionati dalla fretta…La Vecchia Signora varcò la soglia della sua casa, sorrise, e si abbandonò sulla poltrona, davanti al focolare acceso, per leggere ai suoi nipoti la favola a lieto fine di una città che era rinata grazie alla magia dello stare insieme e del dialogo.