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	<title>Fiabe per sognare</title>
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	<description>Crescere sognando</description>
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		<title>Animazione festa di compleanno&#8230;</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Apr 2012 19:00:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Per animare una festa di compleanno il sabato pomeriggio, in modo dinamico e divertente, con giochi di gruppo, ma soprattutto con laboratori creativi e culinari: mandami una mail! Divertimento ed entusiasmo assicurati! Tanti giochi di gruppo, tante idee: un modo semplice per stare assieme! Zona Vicenza, provincia e limitrofi. soniauss24@libero.it &#160; &#160;]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Per animare una festa di compleanno il sabato pomeriggio, in modo dinamico e divertente, con giochi di gruppo, ma soprattutto con laboratori creativi e culinari: mandami una mail! Divertimento ed entusiasmo assicurati!</strong></p>
<p>Tanti giochi di gruppo, tante idee: un modo semplice per stare assieme!</p>
<p>Zona Vicenza, provincia e limitrofi.</p>
<p><a href="mailto:soniauss24@libero.it">soniauss24@libero.it</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Dillo con una fiaba&#8230;</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Apr 2012 18:12:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ecco l&#8217;idea che vi farà conquistare chi desiderate. O dire a qualcuno  quello che non riuscite a dire con la voce&#8230;. A volte vorresti dire delle cose a qualcuno a cui vuoi bene, ma non sai come dirle. Vorresti dire a tuo figlio di studiare. Vorresti dire a tua mamma di lasciarti uscire di più. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ecco l&#8217;idea che vi farà conquistare chi desiderate. O dire a qualcuno  quello che non riuscite a dire con la voce&#8230;.</p>
<p>A volte vorresti dire delle cose a qualcuno a cui vuoi bene, ma non sai come dirle.</p>
<p>Vorresti dire a tuo figlio di studiare. Vorresti dire a tua mamma di lasciarti uscire di più.</p>
<p>Vorresti far sapere alla nonna tutto l&#8217;affetto che provi nei suoi confronti, vorresti dire grazie ai tuoi genitori.</p>
<p>Vorresti dire a qualcuno che lo ami. Vorresti sorprendere con la notizia di una nascita fra nove mesi.</p>
<p>Vorresti trovare un&#8217;idea pubblicitaria per migliorare il tuo prodotto, vorresti promuovere una tua idea.</p>
<p>Dillo con una fiaba! In pochi giorni ed un piccolo contributo, te la scrivo, te la confeziono e spedisco in tutta Italia. E chi la leggerà non potrà che accontentarti!</p>
<p>Un&#8217;idea simpatica, di sicuro effetto! Esperienza consolidata, risultato assicurato.</p>
<p>Contattami: soniauss24@libero.it</p>
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		<title>Traguardi e conquiste letterarie</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Jan 2012 13:30:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
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		<description><![CDATA[Ecco i miei piccoli traguardi &#38; conquiste: &#160; -          Classificazione tra i semifinalisti al concorso “Una fiaba per crescere”-edizione 2004/5 col racconto “Lorens, un pipistrello diverso”. -          Classificazione al IV posto col racconto “Lettera a mio padre” al concorso “La lanterna Bianca-Filippo Maria Tripolone” IX edizione-21 agosto 2010- vincita targa -          Classificazione tra i primi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ecco i miei piccoli traguardi &amp; conquiste:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>-          Classificazione tra i semifinalisti al concorso “Una fiaba per crescere”-edizione 2004/5 col racconto “Lorens, un pipistrello diverso”.</p>
<p>-          Classificazione al IV posto col racconto “Lettera a mio padre” al concorso “La lanterna Bianca-Filippo Maria Tripolone” IX edizione-21 agosto 2010- vincita targa</p>
<p>-          Classificazione tra i primi dieci al concorso “ Racconta la solidarietà-la vita vince sempre”col racconto “Diario”-edizione 2011-città di Salerno (con relativa pubblicazione nel libro dei migliori racconti)</p>
<p>-           Inserimento di un mio racconto “Testa di gomma”, nr.66, all’interno del libro “Robot ita 01-100 storie di Robot” edito da edito da edizioni Scudo, redazione Giorgio Sangiorgi, Luca Oleastri</p>
<p>-           Inserimento del racconto dal titolo “PC in fuga”, nr.210,  all’interno di “256 k- 256 racconti da max 1024 battute”</p>
<p>-           Inserimento del mio scritto “Un sogno che si avvera” nell’ antologia <strong>“L’amore delle donne”</strong>, che raccoglie i migliori racconti che hanno partecipato al concorso 2011 il cui tema è l’amore al femminile, sia fisico che spirituale, innocente e maledetto, l’amore in ogni paese, periodo storico, condizione sociale. Amore combattuto, vissuto, conquistato, perso. Amore per un uomo, amore per un figlio, amore per la vita.-Edizioni Montag</p>
<p>-           Partecipazione al concorso Ping pong letterario, una vera sfida lanciata dalla casa editrice Gio.ca di Roma</p>
<p>-         Pubblicazione su riviste locali (il Guado), trimestralmente, di alcune delle mie fiabe<strong></strong></p>
<p>-         Pubblicazione del racconto “Timeclock e il tempo si fermò…”, nel Cantastorie 8, edito dalla Citta’ della Speranza: iniziativa del gruppo per raccogliere fondi per la ricerca, al fine di curare le malattie tumorali dei bambini.</p>
<p><span id="more-257"></span></p>
<p>-         Pubblicazione sul volume “Racconti di Natale” del racconto “I Magici Folletti”, seguito buona classificazione al concorso XX Premio Letterario Interlingue “Montagne d’Argento”-513 opere pervenute. (a cura dell’assessorato Istruzione e Cultura Regione Autonoma Valle d’Aosta in collaborazione con la Keltia Editrice e la Société d’Histoire Celtique)<strong></strong></p>
<p>-          Pubblicazione del mio racconto “Magic-eye” a cura di Edizioni Scudo nell’antologia illustrata “E-Heroes: Storie di supereroi europei” (seguito concorso indetto che selezionava i testi migliori che davano vita alle avventure di nuovi supereroi).<strong></strong></p>
<p>-         Pubblicazione del racconto “Mia nonna, il mio angelo” nell’antologia “Scritto nel Vento”, che raccoglie storie di angeli- “Gli occhi di Argo-Agropoli-Salerno” febbraio 2012<strong></strong></p>
<p><em>-          </em>Riconoscimento come miglior racconto ricevuto al concorso  &#8220;<strong>IN CARROZZA!&#8221;</strong>  e pubblicazione dello stesso nella V Raccolta Antologica della collana <em>&#8220;</em><em>Les Cahiers du Troskij Café&#8221;-</em>Montegrappa edizioni-marzo 2012</p>
<p>-          Pubblicazione in un libro nato dal concorso “Un oceano di carta-III edizione”del mio racconto “Il coraggio di fare il primo passo”-edizioni senso inverso-aprile 2012</p>
<p>-          Pubblicazione del racconto “Magici Folletti” nel volume “Racconti d’inverno”-Collana Miti e Leggende Tradizionali:Gli Ellebori Bianchi-Keltia editrice.(con cessione diritti) estate 2012</p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Lavoretti da far fare ai bambini&#8230;.</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Jan 2012 17:19:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonia</dc:creator>
				<category><![CDATA[lavoretti e ricette bambini]]></category>
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		<description><![CDATA[Pronti?Ecco il nostro primo lavoretto! Sono molto semplici da fare, li hanno realizzati i bambini delle elementari. L&#8217;ANGELO CON LA BOTTIGLIA VUOTA DELLO SHAMPOO Ecco alcuni risultati!         cosa serve? &#160; &#160; &#160; &#160;]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Pronti?Ecco il nostro primo lavoretto! Sono molto semplici da fare, li hanno realizzati i bambini delle elementari.</p>
<p>L&#8217;ANGELO CON LA BOTTIGLIA VUOTA DELLO SHAMPOO</p>
<p>Ecco alcuni risultati!</p>
<p><a href="http://www.fiabepersognare.it/wp-content/uploads/2012/01/gr-inver+natale-2011-145.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-247" title="gr-inver!+natale 2011 145" src="http://www.fiabepersognare.it/wp-content/uploads/2012/01/gr-inver+natale-2011-145-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" />        </a><a href="http://www.fiabepersognare.it/wp-content/uploads/2012/01/gr-inver+natale-2011-1071.jpg"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-249" title="gr-inver!+natale 2011 107" src="http://www.fiabepersognare.it/wp-content/uploads/2012/01/gr-inver+natale-2011-1071-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
<p>cosa serve?</p>
<p><span id="more-246"></span><a href="http://www.fiabepersognare.it/wp-content/uploads/2012/01/gr-inver+natale-2011-0601.jpg"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-251" title="gr-inver!+natale 2011 060" src="http://www.fiabepersognare.it/wp-content/uploads/2012/01/gr-inver+natale-2011-0601-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.fiabepersognare.it/wp-content/uploads/2012/01/gr-inver+natale-2011-0171.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-254" title="gr-inver!+natale 2011 017" src="http://www.fiabepersognare.it/wp-content/uploads/2012/01/gr-inver+natale-2011-0171-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a><a href="http://www.fiabepersognare.it/wp-content/uploads/2012/01/gr-inver+natale-2011-145.jpg"><br />
</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.fiabepersognare.it/wp-content/uploads/2012/01/gr-inver+natale-2011-119.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-253" title="gr-inver!+natale 2011 119" src="http://www.fiabepersognare.it/wp-content/uploads/2012/01/gr-inver+natale-2011-119-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
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		<title>Ricette da far fare ai bambini&#8230;</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Jan 2012 23:26:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonia</dc:creator>
				<category><![CDATA[lavoretti e ricette bambini]]></category>
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		<description><![CDATA[Cosa fare in una giornata di pioggia se non un bel salame al cioccolato? Ricetta semplice e golosa, che i ragazzi possono fare anche da soli! Prima cosa, indossare un bel grembiule da cucina per riparare un po&#8217; i vestiti. Ecco cosa serve per un buon SALAME DI CIOCCOLATO 150 GR DI BISCOTTI SECCHI 100 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Cosa fare in una giornata di pioggia se non un bel salame al cioccolato?</p>
<p>Ricetta semplice e golosa, che i ragazzi possono fare anche da soli!</p>
<p>Prima cosa, indossare un bel grembiule da cucina per riparare un po&#8217; i vestiti.</p>
<p>Ecco cosa serve per un buon <span style="text-decoration: underline;"><strong>SALAME DI CIOCCOLATO</strong></span></p>
<p>150 GR DI BISCOTTI SECCHI</p>
<p>100 GR DI ZUCCHERO</p>
<p>100 GR DI BURRO</p>
<p>1 UOVO</p>
<p>50 GR DI CACAO IN POLVERE</p>
<p>LATTE QB</p>
<p>Mescolare il burro ammorbidito con lo zucchero, fino a formare una crema. Aggiungere un uovo e continuare a mescolare.</p>
<p>Pestare col mattarello o il batticarne i biscotti secchi, aggiungerli al composto di zucchero e burro e unire il cacao. Mescolare con forza. Se occorre aggiungere latte.</p>
<p>Versare il contenuto su un foglio di carta stagnola, darvi la forma del salame e mettere in frigo per almeno 4 ore prima di serivire.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Altra semplice ricetta. <strong><span style="text-decoration: underline;">IL TIRAMISU&#8217;</span></strong></p>
<p>Ecco il risultato della ricetta sperimentata con il laboratorio creativo del mio paese:</p>
<p><a href="http://www.fiabepersognare.it/wp-content/uploads/2012/01/gr-inver+natale-2011-1031.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-240" title="gr-inver!+natale 2011 103" src="http://www.fiabepersognare.it/wp-content/uploads/2012/01/gr-inver+natale-2011-1031-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p><span id="more-238"></span>Ecco gli ingredienti:</p>
<p>3 CONF. PAVESINI</p>
<p>500 GR DI MASCARPONE</p>
<p>6 UOVA</p>
<p>120 GR DI ZUCCHERO</p>
<p>5 TAZZINE CAFFE&#8217;</p>
<p>CACAO QB</p>
<p>Procediamo! Preparare la moka col caffè. Zuccherarlo e lasciarlo raffreddare.</p>
<p>Separare i tuorli dall&#8217;albume. Montare i tuorli con lo zucchero e mecolare accuratamente fino ad ottenere un impasto spumoso. Aggiungere il mascarpone e mescolare ancora molto bene. Montare a neve ferma gli albumi e aggiungerli alla crema.</p>
<p>Accortezza: visto che questa ricetta è ideata per i bambini, non potendo montare a neve gli albumi ad ognuno di loro, ho provato a mettere nella creama 4 uova intere (anzichè 6 tuorli+6 albumi). Il risultato è comunque eccellente, la crema sarà solo meno densa!</p>
<p>Prendere una pirofila, larga e a bordi bassi, io uso sempre le vaschette di alluminio, e alternare uno strato di pavesini imbevuti nel caffè, ad uno strato di crema. Spolverare di cacao. Aggiungere nuovo strato di pavesini e di crema fino ad esaurimento della crema. Terminare con uno strato di crema e spolverizzare di cacao. Lasciare raffreddare in frigo per almeno 3-4 ore e&#8230;.pronti a leccarvi i baffi?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ci prepariamo ora per&#8230;.</p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><strong>I RAGNETTI DI HALLOWEEN</strong></span></p>
<p>Facilissimi, veloci, ad effetto ed invitanti: verificatelo voi stessi!</p>
<p><a href="http://www.fiabepersognare.it/wp-content/uploads/2012/01/gr-inver+natale-2011-070.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-242" title="gr-inver!+natale 2011 070" src="http://www.fiabepersognare.it/wp-content/uploads/2012/01/gr-inver+natale-2011-070-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p>INGREDIENTI:</p>
<p>150 GR BISCOTTI SECCHI</p>
<p>200 GR RICOTTA</p>
<p>90 GR ZUCCHERO</p>
<p>6 CUCCHIAI CACAO</p>
<p>4 CUCCHIAI DI COCCO</p>
<p>LATTE QB, se occorre</p>
<p>Tritare i biscotti col macinacarne. Unire zucchero, ricotta, cocco e cacao (meno un paio di cucchiai).</p>
<p>Lavorare col cucchiaio di legno e miscelare molto bene tutti gli ingredienti. Formare delle palline. Se l&#8217;impasto dovesse essere troppo duro aggiungere un goccio di latte, se troppo molle aggiungere qualche biscotto sbriciolato. Rotolare le nostre palline nel cacao. Abbiamo appena ottenuto il corpo dei nostri ragni.</p>
<p>Prendere le caramelle alla liquerizia in rondelle, srotolarle e ottenere 6 striscioline di 2/3 cm: saranno le nostre zampette.</p>
<p>Inserirne tre da ogni lato. Completare con due praline argentate: ecco a voi i nostri occhi!</p>
<p>Mettere i ragnetti in frigo per almeno due ore.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E&#8217; ora di&#8230;</p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><strong>RONDELLE BICOLORE</strong></span></p>
<p><a href="http://www.fiabepersognare.it/wp-content/uploads/2012/01/gr-inver+natale-2011-161.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-243" title="gr-inver!+natale 2011 161" src="http://www.fiabepersognare.it/wp-content/uploads/2012/01/gr-inver+natale-2011-161-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p>INGREDIENTI:</p>
<p>250 GR FARINA</p>
<p>80 GR ZUCCERO</p>
<p>125 GR BURRO</p>
<p>2 UOVA</p>
<p>1 CUCCHIAIO CACAO AMARO</p>
<p>Procediamo!</p>
<p>Attenzione: è una ricetta più complicata rispetto alle altre, ma con un po&#8217; di buona volontà, e un po&#8217; più di aiuto, fattibile comunque&#8230;</p>
<p>Versare in una terrina farina, zucchero, burro a pezzettoni e un uovo. Mescolare con forza e accuratezza . Dividere l&#8217;impasto in due parti. Ad una delle due aggiungere il cacao. Formare due palline, rivestirle con la pellicola e lasciare riposare in frigorifero per un&#8217;ora (nel mio laboratorio non ho ovviamente atteso, ma i ragazzi mi hanno detto che il risultato era buono comunque&#8230;)Stendere col mattarello due sfoglie rettangolari, piu&#8217; o meno spesse 3 mm.</p>
<p>Sbattere in una terrina l&#8217;albume e spennellarlo sulla superficie della sfoglia bianca.</p>
<p>Adagiarvi sopra la sfoglia scura. Qui serve moooolto aiuto!!!</p>
<p>Spennellare nuovamente la superficie scura con l&#8217;albume.</p>
<p>Arrotolare a salame, avvolgerlo con la carta di alluminio e riporre in frigo per un &#8216; altra ora. Trascorso il tempo tagliare a fettine sottili e riporle in una teglia rivestita di carta da forno. Cuocere per  min. 10 min. a 180 gradi.</p>
<p>Facciamo la <span style="text-decoration: underline;"><strong>PIZZA</strong></span>??</p>
<p><a href="http://www.fiabepersognare.it/wp-content/uploads/2012/01/grest-2011-105.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-255" title="grest 2011 105" src="http://www.fiabepersognare.it/wp-content/uploads/2012/01/grest-2011-105-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p>Cosa serve? Per realizzarla e semplificare le cose nei miei laboratori, devo essere sincera, ho comprato una decina di confezioni di preparati, abbiamo impastato gli ingredienti seguendo bene le istruzioni e guarnita a dovere con wustel, funghi e prosciutto. Ma ecco la mia ricetta per 4 persone&#8230;</p>
<p>INGREDIENTI:</p>
<p>700 GR FARINA</p>
<p>2 CUCCHIAINI DI SALE</p>
<p>20 GR DI LIEVITO DI BIRRA FRESCO</p>
<p>OLIO EXTRAVERGINE DI OLIVA, QB</p>
<p>Stemperare in acqua tiepida il lievito di birra per un quarto d&#8217;ora (finchè non inizia a fare le bollicine).</p>
<p>Setacciare la farina con il sale, meno due pizzicotti, aggiungere il lievito sciolto nell&#8217;acqua, mescolare ed impastare energicamente per 10 min., finchè si ottiene una palla morbida ed elastica. Lasciare riposare per un&#8217;ora in una ciotola unta finchè la palla non raddoppia di volume.</p>
<p>Lavorare ancora l&#8217;impasto e dividerlo in quattro panetti, stenderlo nelle teglie dando la forma di pizza, lasciare lievitare ancora qualche  minuto, ungere poi con olio.</p>
<p>Stendere uno strato di pomodoro, la mozzarella a pezzettoni, i pizzicotti di sale, guarnire a piacere, aggiungendo anche origano e due foglie di basilico!Bon appetit</p>
<p>E ora che si fa? Ma&#8230;<strong><span style="text-decoration: underline;">LA TORTA ALLO YOGURT!</span></strong></p>
<p>INGREDIENTI:</p>
<p>250 GR BISCOTTI SECCHI</p>
<p>80 GR BURRO</p>
<p>40 GR CACAO</p>
<p>1 CUCCH. ZUCCHERO</p>
<p>500 GR YOGURT AL CAFFE&#8217;</p>
<p>250 GR PANNA DA MONTARE+4 CUCCH.ZUCCHERO</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Cominciamo! Sbriciolare i biscotti, aggiungere cacao+1 cucch.di zucchero.</p>
<p>Unire il burro sciolto e mescolare bene. Stendere il composto in una tortiera, rivestita di carta da forno, apribile.Lasciare in frigo per un&#8217;ora.</p>
<p>Montare intanto la panna con lo zucchero (se non già zuccherata)</p>
<p>e unire lo yogurt al caffè. Mescolare bene e spalmare sopra allo strato di biscotti. Lasciare ancora in frigo per almeno un&#8217;ora.</p>
<p>Procediamo ora con le PALLINE AL COCCO:</p>

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	<img class="ngg-singlepic" src="http://www.fiabepersognare.it/wp-content/gallery/cache/9__320x240_grest-2011-006.jpg" alt="grest-2011-006" title="grest-2011-006" />
</a>

<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Le principesse e Dragachille</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Sep 2010 21:41:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Draghi e magie]]></category>
		<category><![CDATA[amare il diverso]]></category>
		<category><![CDATA[amicizia]]></category>
		<category><![CDATA[amore]]></category>
		<category><![CDATA[diversità]]></category>
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		<category><![CDATA[fiducia]]></category>
		<category><![CDATA[principessa]]></category>
		<category><![CDATA[sole]]></category>

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		<description><![CDATA[Lara, splendida ninfa dai capelli ramati, con occhi azzurri come il mare, è la principessa dell’acqua. Veste sempre d’azzurro, ma non con gli abiti lunghi ed ingombranti delle dame: il suo armadio trabocca di pantaloncini corti e canotte colorate mentre i cassetti esplodono ricolmi di collane e bracciali realizzati con le conchiglie. Lei è così [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
<p>Lara, splendida ninfa dai capelli ramati, con occhi azzurri come il mare, è la principessa dell’acqua. Veste sempre d’azzurro, ma non con gli abiti lunghi ed ingombranti delle dame: il suo armadio trabocca di pantaloncini corti e canotte colorate mentre i cassetti esplodono ricolmi di collane e bracciali realizzati con le conchiglie. Lei è così moderna da essersi perfino tatuata una balena sulla caviglia sinistra! Tra i suoi compiti garantire l’acqua in tutte le sue forme al villaggio, controllare il corso dei ruscelli e dei fiumi, regolare le piogge e i temporali, programmare lo scioglimento graduale delle nevi, prevenire le inondazioni, irrigare i raccolti, sorvegliare il livello del mare, a volte anche dell’oceano.</p>
<p><span id="more-235"></span><br />
Dall’altro capo della villaggio principessa Giovanna controlla la vallata dal castello in cui vive. Costruito interamente in legno sembra una vera e propria fortezza, ma agli occhi degli animali del bosco rappresenta un’ allegra dimora di folletti, gnomi e fate. Cunicoli, tunnel, viuzze e passaggi segreti si intrecciano sotto al pavimento, ricreando un luogo a dir poco fantastico. Divani in vimini, tavoli in legno massiccio e sedie impagliate a mano dal vecchio nonno arredano l’ambiente. Il letto? Un tronco di quercia scavato riempito di morbidi cuscini e di  calde e pelose coperte. Lì vicino una sedia a dondolo ospita spesso un cucciolo di orsetto lavatore molto pigro e dormiglione, che le ha chiesto riparo in una notte tempestosa.<br />
Gio’ è la principessa della vegetazione e della natura: ovunque a casa sua troneggiano vasi riempiti di fiori freschi raccolti ogni giorno durante le sue passeggiate mattutine.</p>
<p>Alcune margherite dal gambo lungo riempiono sfavillanti il vaso sulla tavola da pranzo, tenui violette si abbronzano al sole sul balcone della terrazza panoramica mentre spighe color dell’oro fanno bella mostra sopra ad ogni porta, rilegate in un mazzo dal fiocco rosso. Le cornici degli specchi e dei quadri sono fabbricate interamente con delle pigne, tra le quali sono incastonate bacche colorate, brillanti quanto rubini.<br />
Gio’ controlla se i pini e le betulle crescono bene e se ne crescono abbastanza, regola le stagioni per permettere ai raccolti di maturare e agli alberi di dar frutto, fa cadere le foglie dai rami in autunno e spuntare le prime gemme in primavera. E’ lei che ci fa percepire quell’odore di buono, dei fiori che sbocciano, dell’erba bagnata, il profumo del bosco, del gelsomino e delle viole, e lo trasporta nel vento. Sobria e solare veste con i colori della natura ed indossa collane e bracciali di margherite, porta ghirlande di rose selvatiche tra i capelli.<br />
Lara e Gio’ vanno molto d’accordo e se ciò non fosse così succederebbe un disastro: alluvioni, uragani, inondazioni porterebbero alla rovina dei raccolti e alla distruzione dei frutteti. Crescerebbero querce tra le case o fiori in mezzo alla strada. Pioverebbe per mesi oppure il mare si prosciugherebbe.<br />
Succede un di’ che il drago che durante il giorno incendia il sole, sputando il suo magico fuoco dalla grande bocca verdastra, si ammala. Forse mi sono scordata di dire ai miei piccoli lettori che il sole riesce a dar luce e calore agli abitanti del villaggio grazie al soffio magico di Achille, un simpatico drago sputa fuoco che vive nella sua fortezza in marmo, diroccata sulla montagna più alta del villaggio. Dragachille nel corso degli anni ha sempre goduto di ottima salute: ogni tanto qualche raffreddore lo ha costretto a restare per un paio di giorni all’interno della sua dimora, ed è per questo che talvolta abbiamo visto il cielo annuvolarsi, rabbuiarsi ed offuscarsi, senza nemmeno uno spiraglio di luce. Può succedere anche che a volte Lara faccia piovere e, siccome Achille non ha nessuna voglia di bagnarsi, resta chiuso nella sua casetta a dormicchiare tutto il giorno. Quando invece Giovanna decide che i raccolti devono dar frutto, i fiori sbocciare e l’uva maturare, fa fare a Dragachille gli straordinari. Achille è buono e premuroso: è grosso, verde e poroso, ma non ci vede molto, così le due principesse hanno ben pensato di regalargli, in occasione del suo compleanno, per evitargli di incendiare le case dell’intero villaggio, grandi occhiali con la montatura dello stesso colore della sua pelle.<br />
Dragachille si ammala seriamente. Passano i giorni e non accenna a guarire: tossisce, starnutisce, ha mal di stomaco e mal di schiena. A nulla servono sciroppi e tisane, massaggi ed infusi. Non fa più gli scherzi e le battute che tanto facevano sorridere le due amiche, non sghignazza più, non sa più rendere felici gli abitanti del villaggio. Rimane tutto il giorno chiuso nella sua tana, dalla quale si odono provenire di tanto in tanto sibili di dolore. Resta nel suo lettone, seppellito da una montagna di coperte, col respiro affannoso e un filo di voce roca.</p>
<p>Il villaggio è spento, privo di luce e di calore. Buio. Vuoto. La gente se ne resta tappata in casa, con le persiane abbassate e le porte serrate. Fuori è difficile perfino individuare le sagome degli alberi e le forme della natura, quindi solo i più coraggiosi escono di tanto in tanto la notte, per assaporare la flebile luce bianca della luna. Non c’è più vita. I bambini non vanno più a scuola, i grandi non si recano più al lavoro: tutti se ne stanno rintanati ad aspettare che qualcosa cambi, ad attendere un miracolo pregando per la salute del drago. Lara e Gio’ si interrogano per giorni su come risolvere il problema: Lara gira nervosamente su e giù per le scale del suo castello di cristallo, Gio’ rischia di consumare il pavimento in legno della sua biblioteca a furia di cercare qua e là per la casa, tra i suoi libri di botanica e di medicina animale, qualche possibile cura miracolosa. Inutile, non riesce a trovarla.</p>
<p>Dopo due giorni di buio pesto, le ragazze, riunite nella fortezza di Gio’, come d’incanto,  si guardano negli occhi, sicure di aver trovato un possibile rimedio.<br />
Sono speranzose di giungere ad una soluzione: soffrono per la mancanza di un amico che la mattina parte dall’estremo est, dove è situato il castello di Lara, dopo aver condiviso con lei una ricca colazione, per raggiungere la sera quello di Gio’, giusto in tempo per aiutarla a preparare la cena.<br />
Le principesse non possono deludere gli uomini e donne del villaggio che aspettano da loro un rimedio che possa far tornare a splendere il sole, scaldare ed illuminare i loro campi e giardini e ridare sapore alle loro vite.</p>
<p>Gio’ corre in cucina, mette sul fuoco una pentola, e, facendo bollire l’acqua, aggiunge un ramoscello di ulivo tritato, un mazzetto di viole e tre gocce di essenza del profumo di mare. Mescola, mescola e continua imperterrita a mescolare.<br />
Lara corre in giardino e scova da sotto le foglie delle vecchia quercia cinque perle di rugiada mattutina che ingabbia in una bottiglia insieme ad un po’ di brezza marina, raccoglie venti conchiglie grigiastre e dieci rosate e le trita pazientemente. Le due parlottano e confabulano, mescolando il bollente intruglio nel pentolone, per ben tre ore.<br />
La pozione che cura tutti i mali dei dinosauri è finalmente pronta.<br />
Ebbene sì, nel vecchio librone di brodaglie magiche avevano scovato una ricetta che sembrava miracolosa, e, anche se sapevano bene che  Dragachille non era un dinosauro, un po’ poteva assomigliarci. In ogni caso erano sicure che doveva senz’altro essere un suo antenato o un lontano parente.</p>
<p>Le ingegnose principesse non sanno se la formula possa funzionare, ma racchiudono nel cuore così tanta speranza e fiducia che già immaginano il loro amico balzare prontamente in piedi e raggiungerle.<br />
Cari lettori, io non so se sia stato davvero merito della formula magica ad aver reso possibile il miracolo, o l’energia, l’entusiasmo, la forza di volontà delle due principesse, la loro voglia di aiutare gratuitamente, o ancora l’indissolubile amicizia che le lega.</p>
</div>
<p>Appena ingurgitato l’intruglio dal pessimo sapore, Achille si riprende e raggiunge saltellando Lara e Giò, abbracciandole, rischiando perfino di stritolarle, poi corre felice verso il sole, pronto ad incendiarlo per irradiare il mondo con la sua luce e calore.<br />
I gigli ricominciano a sbocciare, le spighe a maturare, le gemme a germogliare, i passerotti a cinguettare. La natura riprende il suo corso, come se un velo di novità, di ebbrezza, di gioia si fosse calato su di essa. Giò quello stesso giorno decide di creare una specie nuova di fiore, per omaggiare Dragachille e riconoscere il suo importante lavoro. Un fiore dallo stelo molto lungo, dai petali grandi e giallognoli, che si erge verso il cielo e che non smette in ogni momento della giornata di seguire l’andamento del sole.</p>
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		<title>Stella&amp;Palmella</title>
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		<pubDate>Sun, 16 May 2010 17:33:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Animali]]></category>
		<category><![CDATA[amicizia cane uomo]]></category>
		<category><![CDATA[cane]]></category>
		<category><![CDATA[favola]]></category>
		<category><![CDATA[storia per bambini]]></category>

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		<description><![CDATA[Palmella era una morettina dai capelli lunghi fino alle spalle, dritti come fili d’erba-se piovessero perle si infilerebbero tutte sui tuoi capelli-le ripeteva sempre la mamma. Occhi scuri come la pece, orecchie un po’ a  sventola, alta e slanciata, sempre in movimento. Aveva diciassette anni quando la mamma se ne volò in cielo e il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Palmella era una morettina dai capelli lunghi fino alle spalle, dritti come fili d’erba-se piovessero perle si infilerebbero tutte sui tuoi capelli-le ripeteva sempre la mamma. Occhi scuri come la pece, orecchie un po’ a  sventola, alta e slanciata, sempre in movimento. Aveva diciassette anni quando la mamma se ne volò in cielo e il papà, non reggendo alla sofferenza per la perdita ed incapace di frequentare gli stessi posti, decise di trasferirsi dal centro di Roma alla periferia, in una piccola casa diroccata fuori città.<br />
La morte della persona a lei più cara aveva reso Palmella irriconoscibile: un dolore che non riusciva a colmare le lacerava il petto tanto da non permetterle più di parlare e da toglierle talvolta il fiato. Si era chiusa in sé stessa e il suo sguardo e i suoi occhi non riuscivano a mascherare lo strazio del suo animo ferito. Piangeva singhiozzando nel silenzio assordante della sua stanza.<br />
Odiava il papà che l’aveva costretta ad allontanarsi da tutto ciò che le ricordava la mamma, dal buon odore della biancheria appena lavata, dalla sensazione di morbidezza provata ogni qual volta sfiorava la tovaglia di fiandra, acquistata con lei ad un mercato rionale. Non poteva più aprire l’armadio ed affossare la testa nel golfino di maglia grigio preferito dalla mamma, che odorava ancora del suo profumo, un’ essenza orientale che fondeva l’aroma forte del sandalo e della cannella con quello più delicato del miele. Gli unici ricordi che Palmella avrebbe potuto portare con sé sarebbero state le foto che aveva raccolto, catalogato e numerato con cura in vari album dalla copertina beige. Non avrebbe mai potuto separarsi da quei pezzi di carta sbiaditi, tanto che continuava a girarli e a rigirarli tra le mani, fissandoli per ore, fino a perdersi nei ricordi che le facevano dimenticare la realtà. Accarezzandoli, chiudeva gli occhi e sognava che la madre le fosse accanto, la baciasse sulla fronte, le sussurrasse una parola all’orecchio. Poi lo squillo del telefono o la campana della chiesa la ridestavano e la riportavano alla realtà: una gelida lacrima le rigava il volto, poi un’altra e un’altra ancora, allora Palmella si affrettava a spostare le foto, affinché non si rovinassero. Era certa che tutte quelle sue lacrime non si sarebbero mai esaurite. Era sicura di possedere all’interno del suo animo un serbatoio inestinguibile di dolore che le avrebbe schiacciato il petto per il resto della vita. Era convinta che i singhiozzi, che le rendevano gli occhi lucidi e il naso gocciolante, non l’avrebbero mai abbandonata.</p>
<p><span id="more-231"></span></p>
<p>La decisione di cambiare casa presa del padre era incontestabile ed irremovibile cosicché poche settimane dopo, nell’illusione che abbandonando un posto familiare si potesse allontanare anche il dolore, padre e figlia si trasferirono nella nuova abitazione. Palmella sapeva che non sarebbe stata una soluzione valida per colmare il loro vuoto. Non sarebbe mai stata in grado di chiudere a chiave la sua sofferenza in una casa a chilometri di distanza: la sua disperazione la seguiva come un’ombra, facendole dimenticare come sorridere.<br />
Era una casettina dai muri rossi, con una piccola terrazza la cui ringhiera era dipinta di verde smeraldo, dalla quale sporgevano penzolanti rigogliosi gerani pennellati di rosa e screziati di bianco. Le finestre erano grandi, il che piaceva molto a Palmella perché facevano entrare una grande quantità di luce, che, filtrata da leggerissime tende arancioni, illuminava la stanza in una danza di colori.  C’era un porticato, sorretto da quattro pilastri, sotto al quale erano accatastate tre sedie e due panche, un tavolino in legno e un ombrellone da sole: Palmella avrebbe dovuto ripulirli e spolverarli accuratamente, ma immaginava già che sarebbero potuti diventare l’arredamento ideale del suo angolo relax. Si sarebbe accovacciata a gambe conserte su una panca, avrebbe continuato la lettura del libro che aveva appena cominciato, sarebbe stata in silenzio a guardare gli uccellini, riflettendo. Avrebbe assaporato la bellezza del paesaggio, lasciandosi accarezzare dai tenui raggi di sole, saltellando di pensiero in pensiero, cercando di rivivere le sensazioni ancora forti frutto di ricordi lontani.</p>
<p>C’era anche un orticello pieno di cavolfiori e verze, sul cui perimetro si intrecciavano fra loro le foglie di numerose piante di fragoline selvatiche. Nel piccolo giardino erano piantati arbusti di rose rampicanti che si inerpicavano sui pilastri e sulla grondaia. Tra una pianta e l’altra sbucavano dei fiorellini dalle tinte pastello che Palmella non aveva mai visto e che non sapeva identificare, ma dei quali si ripromise di cercare il nome scientifico in uno dei numerosi libri di botanica del padre. La rete che circondava il giardino era diventata quasi invisibile in quanto coperta da rampicanti dalle foglie lunghe e larghe i cui fiori, a forma di campana, emanavano un profumo dolcissimo. Su uno dei pilastri della casa si attorcigliava prepotentemente una decennale pianta di glicine, i cui rami si incastravano tra un mattone e l’altro, lasciando cadere tenui grappoli violacei. Palmella sarebbe rimasta per ore col naso all’insù, affascinata dallo spettacolo che la natura le offriva e che non aveva mai avuto modo di apprezzare quando viveva in città.<br />
Era una casa carina, non c’era dubbio, ma non era la sua. Non era quella nella quale aveva vissuto con la madre e condiviso con lei emozioni, sorrisi, battibecchi e piccoli problemi adolescenziali.</p>
<p>Palmella aveva conosciuto da un paio di giorni i vicini di casa, Anna e Cesarino, i proprietari di un vecchio casolare con annessa fattoria: sembravano molto gentili ed affabili. Lui un po’ cicciottello, indossava sempre camicia a quadri stretta da logore bretelle nere, come gli uomini di trent’anni prima, lei sorridente, sempre col grembiule chiazzato di sugo, sembrava stesse cucinando a qualsiasi ora della giornata.<br />
Un giorno, mentre Palmella si sforzava di rispondere a monosillabi alle petulanti domande di Anna, si sentì improvvisamente circondata da cagnolini festosi ed invadenti che la signora non esitò a presentarle.<br />
Molli, tutta nera, col pelo arruffato, molto impaurita, schiva ma incuriosita dalla nuova presenza, saltava di qua e di là come una trottola: Anna le spiegò che il giorno prima le aveva tirato una scarpa e l’aveva colpita, ed era per questo che si comportava in maniera così strana. Cinesina, una femmina incrociata col volpino, cordiale e rispettosa, dagli occhi dolcissimi, faceva a gara con Luna, una minuscola cagnetta nera, buffa, rattrappita e schiva per attirare l’attenzione di Palmella. Lady, una mostriciattola, nel senso più buono della parola, tutta occhi e gambe spariva di fronte alla stazza di Tommy, un labrador che, sebbene fosse legato alla catena, saltava irruento da un posto all’altro, cercando di convincere la nuova arrivata a liberarlo e a giocare con lui. Sembrava un vulcano pronto ad esplodere da un momento all’altro o una valanga in grado di travolgere tutto e tutti.<br />
Fu Stella ad attirare in modo particolare l’attenzione della ragazza. Girava con un collare logoro al quale era agganciato un batacchio che toccava il suolo e che sbatteva sulle zampine ogni qual volta faceva un passo. Stella era schiva, non si avvicinava agli uomini, non si faceva accarezzare, restava in disparte a controllare la situazione, pronta a difendersi. Due enormi occhi azzurri come il mare, carichi di una profonda tristezza e malinconia, catturarono in maniera disarmante l’interesse di Palmella. Restia al contatto, spesso ringhiava: sembrava cattiva, ma in realtà indossava una maschera, una corazza per far si che nessuno potesse più lacerarle l’animo. Stella arruffava il pelo come un gatto e spalancava la bocca ogni qual volta qualcuno che non conosceva posava lo sguardo su di lei. Digrignava i denti e ruggiva come un leone. Non si faceva toccare ed era restia  anche ad accettare il pezzettino di panino che Palella le offriva nei giorni in cui, seduta sulla panca del porticato, si godeva il tiepido sole primaverile.</p>
<div>Quei cani erano apparsi nella sua vita come un piccolo spiraglio di luce nella notte buia. Lei aveva sempre adorato gli animali, anche se, nell’appartamento a Roma, datosi lo spazio molto limitato, aveva da sempre potuto tenere solo una tartaruga d’acqua e il merlo indiano di papà, al quale aveva tentato tanto pazientemente quanto inutilmente di insegnare qualche parola.Palmella nel corso dei giorni era riuscita a fare amicizia con tutti i cani, soprattutto grazie al fatto che condivideva con loro parte del suo pranzo. Coccolava con tenerezza Lady e giocava con l’irruento Tommy, il quale, quando era slegato, correva verso di lei maestoso ed invadente, con la stessa carica di un terremoto, costringendola a scansare più cose possibili per evitare le azzannasse e le riducesse in pezzi.<br />
Aveva scoperto che Lady e Stella, la notte, si rannicchiavano sul tappeto della sua nuova casa, cosicché lei dapprima aveva sistemato un cartone per far sì che stessero più comode e all’asciutto, poi un tessuto, poi una scatola con dentro un cuscino.</p>
<p>Il dolore per la perdita della mamma le bruciava dentro ancora come fuoco vivo, ma distrarsi con quei cuccioli la aiutava a non pensare a come l’orrendo male si fosse impossessato della persona a lei più cara portandogliela via. Giocare con loro ed accarezzarli, coccolarli, a volte anche pettinarli era la miglior medicina che potesse farle ritrovare pian piano il sorriso.<br />
La sua sfida rimaneva Stella. Voleva conoscerla ed avvicinarla: era l’unica che se ne stava ancora in disparte, titubante e diffidente. La sentiva molto simile a lei ed intuiva che la corazza che quel cane aveva deciso di indossare nei confronti di chiunque gli si avvicinasse serviva per proteggersi da chi in passato l’aveva fatto soffrire.</p>
<p>Qualche giorno dopo, a causa delle insistenti richieste di Palmella, che aveva ritrovato anche un po’ di loquacità e confidenza, la signora Anna le raccontò la storia del cane che tanto la affascinava. Stella era nata da una numerosa cucciolata di Cinesina e la nipote di Anna l’aveva scelta come cucciolo da compagnia, strappandola immediatamente all’affetto della mamma, per portarla nel paese vicino, dove abitava. Nonostante il prematuro distacco, la cucciola si era ben inserita nella nuova famiglia, abituandosi a stare un po’ in casa e un po’ in giardino, sempre coccolata, riverita e al centro dell’attenzione. Sei anni più tardi, la nipote aveva deciso di prendere anche un cane di razza, un Beagle, che proprio non riusciva ad andare d’accordo con Stella, la quale si considerava l’unica padrona di casa, abituata ad ottenere cure ed attenzioni in maniera esclusiva. Quest’ultima era diventata scontrosa, gelosa e dispettosa ed era stato impossibile gestirla a causa dell’incompatibilità col nuovo arrivato e delle disastrose conseguenze che ne erano scaturite. Così dopo sei anni la nipote aveva deciso di restituirla come un pacco postale al mittente, ed Anna era stata costretta a tenerla per settimane legata alla catena per evitare che scappasse o si dirigesse verso la strada, nonché per proteggerla dagli altri cani. Poi, dopo quasi un mese, aveva provato a scioglierla, ma, per precauzione, le aveva messo al collo quella specie di campanaccio, in modo da controllare i suoi movimenti ed impedirle di allontanarsi.<br />
Stella, una volta libera, per i primi tempi, si era dovuta difendere con tutte le sue forze dagli attacchi degli altri animali padroni di casa, ringhiando, starnutendo, arruffando il pelo e guaendo, indossando quella specie di armatura per evitare che qualsiasi agente esterno potesse nuovamente farla soffrire.<br />
Il cuore di Palmella si spezzò di fronte al racconto di Anna, e, se già in un primo momento provava, nonostante tutto, simpatia e voglia di stringere amicizia con Stella, ora non vedeva l’ora di andarle incontro e prenderla in braccio per farle capire che di lei poteva fidarsi perché sapeva cosa stesse provando.</p>
<p>Gli occhi tristi dell’animale si incrociavano spesso con quelli di Palmella, e quest’ultima, anche di fronte ai ringhi e ai sommessi brontolii che uscivano minacciosi dalla bocca del cane,  era diventata sempre più comprensiva e tollerante.<br />
Una sera, mentre Palmella era rannicchiata sotto le coperte, con la testa sprofondata sul morbido cuscino blu e una mano appoggiata sul comodino, vicino alla foto della mamma, si svegliò di colpo. Spalancò gli occhi e fissò preoccupata il soffitto: un rumore sconosciuto le fece accelerare il battito cardiaco tanto da farle pensare che il petto potesse scoppiare. Dapprima nascose la testa sotto le soffici lenzuola, sperando di essersi sbagliata, confusa o che potesse essersi trattato di suggestione.</p>
<p>Purtroppo i rumori si susseguirono, numerosi e sempre più chiari e  Palmella realizzò che non stava sognando e che i suoni provenivano dalla cucina.</p>
<p>-Era forse papà? Magari si era alzato per prendere un bicchiere d’acqua…-</p>
<p>La sua mente le suggeriva soluzioni poco credibili per cercare di calmare il tumulto di pensieri che le ronzavano fastidiosamente in testa, ma sapeva benissimo che quei tonfi e scalpiccii non avevano nulla a che fare con i passi del padre. Sentiva qualcuno che maneggiava, qualcosa che si muoveva. Il cuore le batteva sempre più forte, lo sentiva rimbombare chiaramente all’interno della gabbia toracica. Ora era fin troppo sveglia,  con gli occhi spalancati, le mani serrate a pugno, il corpo irrigidito, le orecchie pronte a captare e a percepire ogni minino nuovo movimento. C’era qualcuno in casa, ne era sicura. Qualcuno che senza troppa fatica aveva saltato la recinzione: era troppo bassa e chiunque, perfino un bambino, avrebbe potuto scavalcarla.<br />
Qualcuno che, usando un po’ di furbizia e la giusta dose d’attenzione per non farsi vedere dai vicini, si era addentrato nel loro giardino, aveva scassinato la serratura della porta o forse sollevato la persiana, ed era entrato in casa. Suo padre le aveva detto che i cardini delle porte erano un po’ arrugginiti e le persiane da sistemare, ma che non aveva ancora avuto modo di ripararle o cercare qualcuno che lo facesse.</p>
<p>Poi il malvivente aveva attraversato il loro corridoio, calpestato senza troppa cura il loro tappeto peloso e si era avviato verso la cucina. Adesso Palmella percepiva chiaramente che i rumori provenivano proprio da quella stanza, sentiva lo scricchiolio dei passi sul parquet, il cigolio della porta caratteristico di ogni qual volta la si toccasse, il baccano delle pentole e delle tazze che venivano spostate. Ne era sicura: un ladro, approfittando dell’ora tarda e del fatto che la casa fosse abbastanza isolata, stava rovistando tra le loro cose per cercare denaro, oggetti di valore o gioielli.<br />
Palmella si alzò e si avviò verso uno dei pilastri che separava il soggiorno dalla cucina. Inspirò tutta l’aria possibile che i suoi polmoni riuscissero a contenere e si stupì di preoccuparsi del fatto che il rumore del suo respiro potesse essere percepito. Camminava in punta dei piedi, ingannando sé stessa fingendo di galleggiare.</p>
<p>Raggiunto l’obiettivo, sbirciò con la coda dell’occhio dal pilastro e lo vide.<br />
Era un uomo, vestito di nero, che con una mano reggeva una pila, mentre con l’altra si apprestava freneticamente a spostare, toccare, cercare ovunque oggetti preziosi o denaro, svuotando e rovistando nei cassetti.</p>
<p>La figura che si stagliava grossa ed imponente davanti a lei le faceva così paura da farla tremare. Non sapeva cosa fare e si chiese perché mai si fosse alzata dal letto e non avesse aspettato sotto le lenzuola che il ladro se ne fosse andato. Adesso non avrebbe potuto muoversi da lì, non sarebbe riuscita né a tornare in camera sua, né ad andare in quella del padre, visto che quest’ultima poteva essere raggiunta solo attraversando la cucina. Avrebbe forse potuto urlare per svegliarlo, ma il ladro si sarebbe spaventato, e, nel peggiore dei casi, avrebbe potuto aggredirla o ferirla con un arma che di certo possedeva.</p>
<p>All’improvviso, dalla porta lasciata semiaperta dal furfante, entrò irruenta e spavalda Stella, che cominciò a digrignare i denti ululando, infastidita dalla presenza dell’estraneo. Canini serrati, bocca bavosa pronta a spalancarsi. Pelo ispido rizzato come quello di un gatto arrabbiato. Occhi sbarrati e furenti, che da azzurri erano diventati neri come la pece, preludio dell’uragano che avrebbe potuto scatenarsi se il ladro avesse mosso anche un solo muscolo. Zampe irrigidite, ma leggermente piegate in avanti, pronte all’attacco. Il segugio aveva identificato il nemico ed era pronta ad aggredirlo ed immobilizzarlo.<br />
Improvvisamente gli si scagliò contro, azzannandogli la caviglia, poi lasciò per un attimo la presa e cominciò ad abbaiare forte e a ringhiare. Lo riacchiappò pochi secondi più tardi, facendolo cadere sul pavimento e saltandogli sopra il torace. Il ladro spaventato e sofferente era incapace di muoversi e temeva che anche il solo suo respiro avrebbe scatenato nuovamente l’ira del guardiano di casa. Il padre di Palmella si svegliò di soprassalto e, capita la situazione, chiamò prontamente la polizia, non prima di essere corso incontro alla figlia, abbracciandola forte ed assicurandosi che stesse bene.<br />
La brutta avventura era finita e Palmella si avvicinò teneramente a Stella, che finalmente si fece accarezzare. Quell’episodio aveva consacrato l’inizio di un legame indissolubile: un’empatia intuita fin da subito da entrambe le parti, ma che dapprincipio nessuno delle due aveva avuto il coraggio di mettere troppo in mostra.<br />
Adesso avrebbero navigato sulla stessa frequenza d’onda, parlato la stessa lingua e camminato sulla stessa strada. Condividevano entrambe una grande sofferenza e insieme, ne erano ora sicure, avrebbero lottato e si sarebbero fatte forza per superare le avversità che la vita aveva posto sul loro cammino.</p>
</div>
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		<title>L&#8217;Omino giallo nelle bianca (e nera) notte di Natale</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Dec 2009 21:01:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[C’era una volta nel paese di Tintorelandia un omino tutto giallo. Se spalancate bene gli occhi, vedrete come questo colore tinteggi la natura e le sue creature. Giallo è il sole e il tuorlo dell’uovo, gialli sono i petali dei girasoli e le mani della mamma che impastano la crostata di pesche. E’ il colore [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>C’era una volta nel paese di Tintorelandia un omino tutto giallo.<br />
Se spalancate bene gli occhi, vedrete come questo colore tinteggi la natura e le sue creature. Giallo è il sole e il tuorlo dell’uovo, gialli sono i petali dei girasoli e le mani della mamma che impastano la crostata di pesche. E’ il colore dell’alba al mattino, screziata da un velo candido che la sfuma d’oro, il colore della stella cometa, della paglia, dei taxi, della polenta, delle borse della spesa. Della sabbia del deserto, della corona del re, del fiore di tarassaco che pennella i campi.</p>
<p>Nonostante ciò, gli abitanti di Tintorelandia consideravano quell’omino di nome Robigno difetto. Difettoso è qualcosa che non riesce, una ciambella senza buco, una ruota di scorta forata, la pellicola di un film interrotta a metà: mai un uomo. Ciascuno ha un aspetto e delle caratteristiche che lo identificano, un lato migliore e uno un po’ peggiore, dei pregi e dei difetti. Ognuno di noi è diverso dall’altro, ma nessuno può essere definito “difettoso”.</p>
<p><span id="more-227"></span></p>
<p>Gli abitanti di Tintorelandia non erano molto simili a noi in quanto ogni  parte del loro corpo era tinta di un colore diverso: chi aveva il collo del colore dei pascoli erbosi, chi la coscia color della pece, gli occhi color del fuoco, la bocca nera come la notte. I piedi viola come l’uva, le mani bianche come la neve. I capelli? Chi lisci, chi ricci, chi corti, chi lunghi, chi rosa, chi arancione, chi azzurri, chi rossi.<br />
- E da dove sarà sbucato quel coso tutto giallo?- lo schernivano gli operai della fabbrica del colore, azienda che dava lavoro a tutti gli uomini adulti, dai quattordici ai cinquant’anni, del paese. Robigno, in cuor suo, sapeva di non essere difettoso, e si riteneva piuttosto speciale. Ciò nonostante soffriva in silenzio di fronte alle offese e agli scherni e preferiva restarsene da solo per la maggior parte del tempo. Nascosto dietro ai pilastri, chiuso nei bagni, in silenzio, impiegando il suo tempo a leggere e meditare.</p>
<p>Non era nemmeno riuscito a farsi assumere alla fabbrica del colore, in quanto tutti, dai dirigenti all’ultimo dei dipendenti, pensavano non fosse conveniente e di buon augurio che un tale essere lavorasse al loro fianco.</p>
<p>Era la notte del 20 dicembre quando gli abitanti di Tintorelandia, come solevano fare ogni sera, si apprestavano a coricarsi indossando il loro pigiama nero come il carbone e si infilavano nei loro soffici e caldi lettoni. Dimenticavo di dirvi che tutti gli esseri di giorno vestivano di bianco, per far in modo che i loro colori risaltassero e brillassero alla luce del sole, mentre di notte indossavano lunghe tuniche nere.</p>
<p>Le mamme raccontavano le fiabe ai loro cuccioli, i padri leggevano l’articolo del “Baleno24ore” che aveva attirato la loro attenzione, i bimbi succhiavano con gusto gli ultimi sorsi di latte dai loro biberon. C’era chi spegneva la luce, chi socchiudeva gli occhi nella speranza di sognare, chi faceva il segno della croce, chi guardava verso il cielo. Gli abitanti ignari stavano per addormentarsi, in una notte che sembrava essere come tutte le altre.<br />
Al risveglio, guardandosi l’un l’altro, specchiandosi o vedendo il loro riflesso sul vetro della veranda, tutti rimasero paralizzati, sbigottiti: alcuni cominciarono ad urlare, altri rimasero ammutoliti.</p>
<p>Le mamme non riconoscevano più i propri figli, le mogli i propri mariti, gli amici i loro migliori amici.<br />
Il tempo sembrava essersi inspiegabilmente fermato.<br />
Il paesaggio si era stinto, scolorito: tutto era diventato bianco e nero. Una coltre di nebbia aveva ricoperto Madre Terra e le sue creature, imprigionandole come in una rete. Sembrava che un velo avesse offuscato i colori della natura e degli uomini.<br />
-Finirà?- si chiedevano smarriti gli abitanti.<br />
-Ritorneremo colorati e lucenti? Rivedremo ancora il candore dell’alba e il verde luccicante delle foglie gocciolanti di brina mattutina?-<br />
E il rosso del tramonto? Il marrone della terra bagnata? Il luccichio delle stelle e l’azzurro del cielo in una giornata d’estate?-<br />
Tutti si interrogavano perplessi, attoniti e meravigliati, ma nessuno sapeva darsi una risposta.<br />
Nonostante l’Omino Giallo per la prima volta in vita sua fosse diventato uguale a tutti gli altri, non si sentiva per nulla felice. Da sempre orgoglioso della sua particolarità, ora avvertiva una sorta di peso nel cuore nel percepire i malumori e le lamentele dei suoi compaesani, che strillavano domande le cui risposte si perdevano nel vento.</p>
<p>Cominciò a nevicare. Una coltre bianca coprì il paesaggio offuscato ed annebbiato. Le vetrine dei negozi esibivano pacchi grigi ed infiocchettati da nastri neri che non invogliavano per nulla ad acquistare, ma lasciavano piuttosto un senso di malinconia nei cuori dei passanti.</p>
<p>Gli alberi di Natale erano decorati da un numero infinito di festoni e palline bianche: quest’ultime si confondevano col colore della neve che aveva interamente ricoperto i rami, facendoli sembrare comuni pini.</p>
<p>Le musiche di festa e gli scampanellii delle renne risuonavano nell’aria senza essere percepiti dagli abitanti del villaggio, troppo occupati a pregare affinché succedesse un miracolo.</p>
<p>Robigno sapeva in cuor suo di dover fare qualcosa.</p>
<p>Fu una delle occasioni in cui ancora una volta ebbi la conferma che il colore della pelle, la forma fisica, il vestito, la diversità nell’aspetto non hanno alcun valore e non determinano quanto valiamo come persone. Sono le scelte, i principi, le  idee, l’educazione che fanno di noi gli uomini e le donne che siamo.<br />
Robigno sembrava essersi dimenticato delle dicerie e delle malelingue delle quali era costantemente vittima, perché, mai come in quel momento, si sentiva determinato nel far ritornare il sorriso nei volti degli abitanti di Tintorelandia. Sarebbe stato il suo regalo di Natale.<br />
Era la notte della Vigilia quando decise di entrare nella fabbrica del colore. Un silenzio assordante si era impossessato dello stanzone interamente tinto di bianco e nero. Tristezza e desolazione facevano da scenario ad un triste e scuro teatro. Qualcosa di simile ad un grande lenzuolo aveva ricoperto macchinari, pentoloni, barattoli di colore, tubi e tubicini. Robigno non aveva mai potuto assistere alla produzione del colore, ma aveva da sempre immaginato calderoni zeppi di inchiostro colorato che ribollivano e gorgheggiavano. Una piccola fenditura nel fondo di ogni pentola collegata a vari tubicini faceva defluire l’essenza in grossi diffusori: quest’ultimi a loro volta la spruzzavano come uno spray in tutto il paesaggio.</p>
<p>Ora tutto era buio e spento. Innaturale. Come un film in bianco e  nero. Come una vecchia foto.</p>
<p>In quel momento un’idea gli balenò nella mente. Preparò lo zaino, sapendo che sarebbe stato un viaggio lungo. Camminò verso est, attraversò grigie praterie e neri deserti. Passò sotto a candide nubi e a bianche stelle, che, per contrasto, facevano sembrare la notte ancora più buia. Si accampò sotto la grigia chioma di una folta quercia, osservando sbucare dalle fronde gli occhi curiosi di due ghiri dal pelo scuro ed ispido, dotati di denti bianchi ed aguzzi che facevano rabbrividire. Aveva freddo perché il paesaggio gli trasmetteva una sensazione di terrore. Durante il cammino non aveva ancora scorto anima viva. Gli abitanti se ne stavano ben chiusi nelle loro grigie case, in attesa che il manto si ritraesse pian piano per lasciar spazio ai colori e alle tinte pastello della natura. Ad ogni rumore percepito, l’ Omino si girava di scatto, pronto a reagire, magari anche a combattere contro animali feroci che avrebbero potuto aggredirlo. Gli venne in mente come nella vita avesse sempre sottovalutato la ricchezza che aveva davanti ogni giorno: la luce, il colore, la brillantezza del paesaggio, il dolce tepore del sole. Tutto ciò gli dava sicurezza. Sentiva prezioso anche il suo colore giallo, assorbito ora dal grigiore che aveva intorno. Cercò di riportare alla memoria la canzoncina natalizia che la suora all’asilo gli aveva insegnato: gli avrebbe scaldato un po’ il cuore e fatto ricordare che l’indomani sarebbe stato Natale.</p>
<p>A Robigno non importava essere uguale agli altri perché era sicuro che le persone che aveva intorno, prima o poi, sarebbero andate al di là delle apparenze e non l’avrebbero più reputato un essere “difettoso”. Camminò ancora ed ancora, fino a  quando non sentì più i piedi come una parte del proprio corpo e fin quando le mani non gli si ferirono a forza di aggrapparsi a rocce appuntite, ispidi rovi e ciuffi di erba tagliente. Arrivò al traguardo che si era prefissato proprio mentre stava sorgendo un tenue e timido sole tutto pennellato di bianco. Era l’alba del 25 dicembre.</p>
<p>Fino a quel momento aveva temuto che le sue speranze fossero state vane, invece, quando giunse alla meta, trovò ciò che aveva infinitamente desiderato. L’arcobaleno, che si stagliava davanti a lui, non s’era spento od offuscato, al contrario esibiva sfavillante tutti i suoi sette colori. Il rosso delle mele mature, l’arancione delle arance succose della Sicilia, il giallo che un tempo tingeva la sua pelle. Il verde dei pascoli erbosi, l’azzurro delle onde del mare, l’indaco, il violetta. Brillava di una luce energica e vivace,  facendo luccicare la neve tutt’intorno.</p>
<p>L’arcobaleno si inarcava prepotentemente tra la grande Roccia del Falco Iridato, che indica il punto più a Est di Tintorelandia, e la montagna del Sole calante, punto più a Ovest del territorio. Ogni tanto una farfalla dicembrina triste e scolorita si inabissava tra i suoi archi ed immediatamente riprendeva colore e vivacità.</p>
<p>Robigno sorrise nel vedere l’insetto dalle grandi ali pennellate di rosso appoggiarsi sulla sua spalla. Realizzò che era davvero Natale e che come dono avrebbe portato quella gioia a tutti gli abitanti di Tintorelandia. Aprì lo zaino e raccolse, tenendosi ben aggrappato alla Roccia del Falco, una manciata di polvere magica per ogni colore, la infilò ciascuna in un sacchettino diverso che annodò con cura e  ripose nella tasca più interna del suo zaino-cassa forte. Robigno non sentiva la stanchezza, anzi, saltellava entusiasta verso la fabbrica del colore. Correva sorridente e canticchiando, non fermandosi neppure a riposare sotto la vecchia quercia, tanto era emozionato nel rivedere il sorriso nei volti degli abitanti. Balzava di pietra in pietra, fischiettava e faceva piroette, al punto da non capacitarsi di essere arrivato così in fretta al villaggio.</p>
<p>Corse alla fabbrica, mise un pungo di polvere magica in ognuno dei vecchi calderoni riempiti di acqua grigiastra. Era sicuro che avrebbe funzionato, come era successo per la farfalla. In men che non si dica i pentoloni cominciarono a gorgogliare: mentre grosse bolle venivano a galla, il liquido cominciò ad immettersi nei tubicini, che a loro volta defluivano in decine di serbatoi più piccoli dove i colori base si miscelavano tra di loro, per essere poi spruzzati dalle finestre della fabbrica del colore. Gli alberi cominciarono a rinverdire, le bacche rosse del vischio a rinvigorire, le stelle di Natale a sbocciare, l’erba a crescere verde e forte. Il sole ricominciò a splendere, con i suoi tramonti arancioni screziati di rosso e le sue candide albe dorate. Le onde azzurre e spumose ripresero ad infrangersi contro alle rocce, lasciando sulla spiaggia sabbiosa curiose conchiglie e scuri mitili. La ragnatela scura che aveva coperto il paesaggio si ritrasse pian piano e sparì completamente in poche ore. Gli alberi di Natale ricominciarono a sfavillare nei giardini, mentre le vetrine colorate accesero le loro luci illuminando la strada gremita di passanti festosi che canticchiavano gioiose melodie.</p>
<p>Gli abitanti ripresero il loro colore e il loro sorriso e corsero verso l’Omino Giallo, il quale aveva riacquistato la sua tinta unita. Lo abbracciarono, lo caricarono in spalla e lo alzarono gioiosi verso il cielo. Tutti erano felici e non avrebbero mai più giudicato in base all’abito o al colore della pelle. Si pentirono così tanto di averlo capito solo grazie ad una catastrofe evitata che sistemarono all’interno della fabbrica del colore lunghe tavolate e un numero infinito di sedie. Ognuno portò da casa il cibo che riempiva le tavole imbandite, i pacchi, i doni e i festoni colorati per decorare la grande stanza piena di macchinari. Nessuno passò il giorno di Natale nella propria dimora: festeggiarono tutti assieme fino a tarda notte ringraziando Robigno, scambiandosi doni e mangiando a sazietà.</p>
<p>Quel Natale avevano imparato una grande lezione di vita che i genitori avrebbero raccontato ai figli, i nonni ai nipoti e i figli a loro volta ai propri figli.</p>
<div>
<p>Robigno quella notte perse il suo soprannome di Omino Giallo, per acquisire quello di Babbo Natale: colui che aveva fatto agli abitanti di Tintorelandia il più grande regalo che potessero desiderare.</p>
</div>
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		<title>Melodi, che voleva girare il mondo</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Feb 2009 11:20:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[  DEDICATA AL MIO CARO E MIGLIORE AMICO GIAN! L&#8217;estate stava per finire: il sole scaldava ancora, ma non più con l&#8217;intensità di agosto, i rami erano rigonfi di foglie, ma alcune tendevano ad assumere un colore dorato, e sembravano pronte, di li a pochi giorni, a staccarsi dall&#8217;albero per poi formare un grande tappeto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> </p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" lang="it-IT" align="center"><strong><em><span style="text-decoration: underline;">DEDICATA AL MIO CARO E MIGLIORE AMICO GIAN!</span></em></strong></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: left;" lang="it-IT">L&#8217;estate stava per finire: il sole scaldava ancora, ma non più con l&#8217;intensità di agosto, i rami erano rigonfi di foglie, ma alcune tendevano ad assumere un colore dorato, e sembravano pronte, di li a pochi giorni, a staccarsi dall&#8217;albero per poi formare un grande tappeto ambrato.<br />
Melodi svolazzava tranquillamente sopra la corolla di un violaceo astro selvatico, i cui pistilli si ergevano al cielo,  ronzava attorno ad una gamba di granoturco percorrendola dalla cima del pennacchio baciata dal sole fino all&#8217;ultima parte visibile di radice, appena affondata sul terriccio secco. Si avvicinava il più possibile ai raggi del sole, per essere avvolta e coccolata dal loro calore. Scivolava sopra l&#8217;acqua del laghetto acquitrinosa dove le paperelle sguazzavano e rincorrevano, cercando di non perdersi, la scia di mamma papera. Spiava dall&#8217;alto della sua posizione lo scoiattolo che stava stringendo una ghianda tra i denti e che laboriosamente la portava nella sua tana, asciugandosi il sudore, di tanto in tanto, con la sua gonfia coda, ma soddisfatto della scorta che si stava procurando per l&#8217;inverno. Guardava con interesse le altre api, mentre creavano dal nulla, sotto lo sguardo attento della regina, quella sostanza tanto ghiotta e dalle infinite proprietà benefiche, che è il miele. In realtà avrebbe dovuto farlo anche lei, ma, come dire&#8230;si era presa una piccola pausa.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm; text-align: left;" lang="it-IT"><span id="more-49"></span><br />
Melodi era stufa di ubbidire pazientemente agli ordini della regina, era stufa di passare la vita a succhiare il nettare dei fiori, era stufa del suo stretto alveare così affollato, era stufa di dover lavorare l&#8217;intera giornata per produrre il miele&#8230;Melodi voleva vedere il mondo, non le bastava spiare il ghiro o lo scoiattolo che abitavano l&#8217;albero vicino all&#8217;alveare, non le bastava posarsi sui soliti fiori di campo, non le sembrava sufficiente vedere sempre il solito laghetto! Se il Signore l&#8217;aveva creata con le ali, ci sarà pur stato un motivo, continuava a pensare! Ma quando provava a  condividere con le altre api operaie il suo sogno, veniva derisa e presa in giro.<br />
E dove vorresti andare tu, tutta sola? Non ti basta tutto ciò che puoi vedere in queste ampie terre? E poi noi abbiamo il grande compito di servire la nostra regina e di produrre tutto il miele che possiamo&#8230;ma tu sai quanto utile è il nostro lavoro? Non ti senti nemmeno un po&#8217; soddisfatta? Ma insomma, cosa vuoi di più dalla vita? Girare il mondo come una vagabonda, cercando di non incappare in qualche pericolo ed evitando di essere schiacciata o soffocata da quelle terribili nubi che usano gli uomini? Ma insomma, non ti basta questa tranquillità e questo paesaggio che puoi goderti ogni giorno?-le ripeteva insistentemente la zia.<br />
Melodi voleva molto bene alla zia, ma era sicura che la pensasse così solo perché non aveva mai visto il mondo, il mondo vero, ed aveva passato la vita a servire la regina.<br />
Altre, che prima Melodi credeva fossero amiche, si rivolgevano a lei chiamandola:-Ehi, tu ape giramondo&#8230;- oppure ape vagabonda, o sognatrice, o, quando volevano ferirla ape-senza-nulla-in-zucca.<br />
Eppure il suo sogno non le sembrava così assurdo, così quella notte, mentre tutte le api erano chiuse nella loro cella a riposare, si alzò, e lasciando aperto l&#8217;uscio, caricò sulla sua schiena gialla e nera un piccolo fardello e partì. Non sapeva ancora dove sarebbe andata, anche perché non immaginava cosa potesse esserci aldilà dell&#8217;albero o del laghetto, ma era tutta intenzionata a scoprirlo. Aveva il cuore che le rimbalzava nel piccolo petto, tanto era emozionata. Non aveva la minima idea di cosa le sarebbe servito, tanto che nel suo fardello aveva messo solo le prime cose che le erano passate davanti, senza rifletterci, tanto fremeva dall&#8217;entusiasmo di partire.<br />
Era buio e il paesaggio notturno la affascinava. Non aveva rimorsi ed era felice, pensava a tutto quello che avrebbe raccontato al villaggio quando sarebbe tornata: tutti l&#8217;avrebbero ascoltata a bocca aperta, l&#8217;avrebbero ammirata per il suo coraggio, e forse l&#8217;avrebbero eletta nuova regina. La luna si rispecchiava nell&#8217;acqua verdastra del laghetto, illuminando mamma papera che teneva sotto le grandi ali i suoi pargoli, protetti dallo scudo dell&#8217;ombroso canneto. Nessun rumore proveniva dal tronco dello scoiattolo, probabilmente stava dormendo anche lui. Chissà se lui poteva allontanarsi e visitare villaggi vicini e  lontani, chissà se lo aveva mai fatto, chissà se aveva voglia di farlo, voglia di vedere, di scoprire&#8230;<br />
Vicino alla sua tana c&#8217;era un altro albero, poi un altro ed un altro ancora, che Melodi sorvolò uno ad uno, mantenendo un&#8217; andatura media, per non stancarsi troppo. Non aveva in mente la direzione da prendere, non aveva portato con se mappe o cartine, pensava sarebbe stato facile tornare indietro, perché stava mantenendo sempre la stessa direzione. Al limite avrebbe chiesto informazioni per la via del ritorno, in fondo aveva sempre pensato che basta chiedere con cortesia per avere la risposta che cerchi. Non aveva però considerato che non avrebbe saputo spiegare cosa stesse cercando. Sorvolò ancora tanti alberi, la cui sagoma stava però cambiando: le grandi foglie alle quali era abituata si stavano trasformando in aculei verdognoli,  la loro forma non era più quella di una grossa nuvola o di un ombrello aperto, ma piuttosto di un cono gelato rovesciato, il loro colore non era più quel verde vivace, ma piuttosto un verde muschio, scuro, che dava una sensazione di freddo. E sulla cima cominciava a scorgere alcune grosse pigne marroni. Anche la temperatura si stava abbassando, nonostante stesse per sorgere il sole, Melodi non aveva mai provato quei brividi che di tanto in tanto ora sentiva. Avvertiva che le sue forze si stavano pian piano esaurendo: era stanca di volare, le ali si stavano pian piano gelando, le antenne si stavano piegando per far fronte all&#8217;impeto del vento, il suo manto rigato si stava pian piano ricoprendo di brina. Il cuore le batteva forte, tremava, avvertiva dentro di lei paura, e, per le prima volta, si chiese se avesse fatto bene a seguire il suo istinto, a  dar retta alla sua voglia di viaggiare, a  non ascoltare le sue colleghe, forse un po&#8217; paurose, ma molto più sagge di lei.<br />
Chiuse gli occhi per non vedere che il paesaggio era diventato completamente bianco: non aveva mai visto un tale spettacolo di silenzio e di immensità, ma allo stesso tempo era spaventata, gelata, terrorizzata all&#8217;idea di non aver nessun punto di riferimento, nessun modo per orientarsi e si chiese se avesse mai rivisto casa sua e le sue colleghe api. Quasi le mancavano i loro ammonimenti e rimproveri, quasi le mancava l&#8217;irritante precisione di ape Romira nel depositare il miele solo in determinate celle, quasi le mancavano i fastidiosi rimproveri di ape Lillà che l&#8217;ammoniva sui pericoli del mondo, dal rischio di bere l&#8217;acqua della pozzanghera a quello di essere offuscati dalla luce del sole.<br />
La vista le si era completamente appannata e all&#8217;improvviso si ritrovò intrappolata in una tela viscida e impregnata di rugiada, in una tela grigiastra e gelida, in una tela che faceva da abitazione ad un grosso e peloso ragno nero, bavoso, affamato e che le si stava pian piano avvicinando. Ad un certo punto le  sembrò di vedere che la grossa palla di pelo nera, che aveva abbandonato la sua opera di tessitura per correre incontro alla sua ospite, che presto sarebbe diventata la sua cena, si stesse sfregando allegramente le zampe. La nostra amica ape, che senz&#8217;altro aveva conservato la sua buona dose di umorismo, lo immaginò perfino con un bavaglio e una forchetta in mano!<br />
E proprio in quel momento si rese conto di essere spacciata, sarebbe presto divenuta la sua cena. Sentì di non poter più muovere le zampette, ormai diventate un tutt&#8217;uno con la tela bavosa, avvertì che il suo corpicino era diventato gelido e inerte, avvertì un terribile senso di angoscia e si chiese perché mai non avesse dato ascolto alle persone con più esperienza e più sagge di lei. Ricordava che l&#8217;ape regina le aveva detto che se proprio avesse voluto partire avrebbe dovuto farlo in gruppo, avrebbe dovuto studiare i tragitti, partire con uno zaino per far fronte agli imprevisti. Ma lei non aveva voluto dar ascolto a nessuno, lei voleva scoprire il mondo, e&#8230;bella scoperta aveva fatto!<br />
Quel grosso ragno le era ormai vicino vicino, appiccicato e si stava preparando ad aprire la bocca, a mostrarle i grossi e aguzzi dentoni che l&#8217;avrebbero stretta e azzannata. Nonostante il freddo, sudava dal terrore.<br />
Forse perché da lassù ogni tanto Qualcuno ci guarda, forse perché Melodi aveva capito i suoi errori, o forse perché il destino aveva voluto dare a quell&#8217;esserino una seconda opportunità, improvvisamente si avvicinò un grosso Corvo candido, un animale che Melodi non aveva mai visto, forse abitante di quelle zone fredde in cui tutto era ricoperto di bianco. Aprì il becco e in men che non si dica ingoiò il grosso ragno e si fermò a fissare quell&#8217;ape che sembrava terrorizzata. Se la caricò in groppa e la coprì con le candide calde piume di un ala per ripararla dal freddo. Melodi si sentì improvvisamente al sicuro, protetta, anche se non capiva bene quello che le stava succedendo. Ma era tanto tanto stanca e si addormentò, serena. Quando si svegliò si ritrovò sotto al grande albero, dimora dello scoiattolo, ed accennò un sorriso, felice di essere tornata a casa. Cercò con lo sguardo il Corvo candido, ma non lo trovò, scrutò l&#8217;orizzonte, volò a destra e a  sinistra, ma non ne captò nemmeno la presenza. Chiese a mamma papera e ai ranocchi dello stagno, ma nessuno seppe darle una risposta. Avrebbe tanto voluto ringraziare quell&#8217;essere, uscito dal mondo delle favole per la sua bellezza e bontà disinteressata, ma non ne trovò mai più traccia. Melodi raccontò al villaggio della sua avventura ma non nascose l&#8217;entusiasmo nel rivedere volti conosciuti e amici. Capì che i consigli che le erano stati dati non erano dettati dall&#8217;invidia, ma dal buon senso, ed imparò ad apprezzare il lavoro che svolgeva assieme alle sue colleghe.<br />
Dal viaggio aveva imparato molto: partire attrezzata, pronta per le evenienze, con zaino carico, con provviste e mappe, ma soprattutto seguire i consigli di chi in fondo le voleva bene.<br />
E per sempre le rimase nel cuore l&#8217;animale che, senza voler nulla in cambio, nemmeno un grazie, le aveva salvato la vita.</p>
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		<title>L&#8217;isolotto degli aquiloni</title>
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		<pubDate>Sat, 15 Nov 2008 16:45:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sonia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fiaba moderna]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Era piccolo e spelacchiato e apparteneva alla razza dei gastrelli.<br />
Per chi non lo sapesse, ai tempi in cui narro la storia, un gastrello era un animale grassottello e peloso, né gatto, né pipistrello, quattro gambe un po&#8217; storte munite di aguzzi artigli che permettevano il facile aggrappaggio ai tronchi e una pronta difesa, due ali che ricordavano un po&#8217; quelle dei moderni deltaplani. Il suo manto  era striato come quello delle zebre, non di nero e bianco, ma dei colori dell&#8217;arcobaleno e, nonostante lui amasse la luce, la brillantezza e la vivacità, sul suo pelo stonavano come un pinguino nel deserto!<br />
Si chiamava Boris, nome che gli aveva dato la mamma che amava la letteratura russa, prima di morire dandolo alla luce, ed era l&#8217;unica cosa che gli piaceva di sé. Si sentiva solo, brutto ed inutile. Ed era deriso dagli altri animali della foresta.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-209" title="Immagine11" src="http://www.fiabepersognare.it/wp-content/uploads/2008/11/Immagine11.jpg" alt="Immagine11" width="285" height="266" /><br />
Ehi, guardate la&#8217;&#8230;- gracidavano le rane nello stagno spettegolando allegramente -&#8230;c&#8217;è quell&#8217;animale strano, che non ha l&#8217;agilità di un gatto, non ha la destrezza di un pipistrello, non ha i colori e la brillantezza di una farfalla né le striature definite della zebra&#8230;Non miagola e non sibila, ma emette strani suoni, lunghi, acuti, fastidiosi, e   si ritrova sempre da solo&#8230;-</p>
<p><span id="more-44"></span></p>
<p>Credo bene&#8230;chi mai vorrebbe stare con un simile essere?<br />
Non ha amici, nessuno gioca con lui: non è veloce nella corsa, non è scaltro nel volo e nel salto, non si mimetizza tra i cespugli, non è intonato nel canto, come ci si può divertire con un animale così privo di risorse?-<br />
Boris soffriva terribilmente, gli piangeva il cuore sentire ogni giorno tante chiacchiere, tante cattiverie, e davvero si era convinto di essere brutto e senza niente da offrire, privo di capacità e incapace di provare emozioni nei confronti degli altri.<br />
Una notte, mentre era accovacciato tra i rami secchi e i rovi che costituivano la sua dimora, ai piedi della vecchia quercia, la fata degli aquiloni gli apparse in sogno. La fata degli aquiloni, Aquilsonia, aveva molte cose in comune con Boris: non era come la fata Turchina di Pinocchio o come quella di Cenerentola che trasformò la zucca in carrozza, non aveva lunghi capelli azzurri, né scintillanti bacchette magiche. Ma forse, a volte nella vita, non contano tanto i poteri magici, o l&#8217;intervento di qualcuno di forte e potente, o ancora i grandi stravolgimenti, ma basta l&#8217;incontro con qualcuno che ti possa aprire gli occhi, far vedere quello che a molti è chiaro, ma non si riesce a vedere perché il cuore e la vista sono appannati.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-210" title="Immagine11" src="http://www.fiabepersognare.it/wp-content/uploads/2008/11/Immagine111.jpg" alt="Immagine11" width="285" height="266" /><br />
Mio caro piccolo – sussurrò con tenerezza Aquisonia nel suo candido abito lungo fino ai piedi- ti vedo tanto triste, e non ti meriti tanta sofferenza. Voglio aiutarti: esiste non molto lontano da qui l&#8217;isola degli Aquiloni, la mia terra, abitata solo da esseri perfetti. Scala la vetta del Sole fino ad arrivare alle acque limpide dell&#8217;oceano, segui le rotte dei mari, lascia sulla tua destra l&#8217;isola dei Conigli, la riconosci dalle tre enormi statue a forma del medesimo animale che svettano alte ed imponenti, supera la Grande Cascata, raggiungi la spiaggia delle Conchiglie aguzze, ma attento alle zampe!&#8230;Da lì dovresti vedere il mio regno&#8230;Nuota per un paio di chilometri nelle acque limpide e coralline fino ad arrivare alla mia isola: la riconoscerai perché è circondata da uno steccato alto due metri, che impedisce di vederne gli abitanti e il nostro villaggio, sul quale ad ogni grosso palo è appeso un aquilone. Li vedrai svolazzare alti nel cielo, colorati, di varie forme, bordati da nastri variopinti, spaghi, allegre ghirlande di margherite, liberi. Sembrano fare a gara a chi si erge più in alto, sfidano il vento, mirano a raggiungere il sole. Sfavillano nelle loro tuniche iridescenti, brillano baciati dalla luce del giorno, riflettono il chiarore delle stelle per illuminare la notte. Sono l&#8217;icona, il simbolo della nostra isola, rappresentano il bello che c&#8217;è in noi, ed ecco perché, a modo suo, ogni abitante è perfetto&#8230; Rappresentano la libertà di vivere senza dar troppo peso all&#8217;aspetto esteriore, o basarsi solo sulle apparenze, giudicando dall&#8217;abito. Rappresentano la Vita. Il Bello della Vita. Perché il bello è quello che ognuno porta nel cuore, nel proprio aquilone: i colori, la gioia, il sorriso di un bambino, lo stupore davanti al tramonto, gli occhi lucidi ascoltando una fiaba, una carezza, una pacca sulla spalla da parte di un amico, un incoraggiamento&#8230;Bussa sull&#8217;unica apertura esistente e cerca il pozzo degli Aquiloni, gettavi dentro questa moneta colorata, e quando sentirai “splash” sarai diventato un essere perfetto anche tu, un essere bello ed intelligente come hai sempre sognato, ben voluto, amato ed apprezzato.-<br />
Boris si svegliò di soprassalto, stropicciandosi gli occhi, con l&#8217;immagine di Aquilsonia incollata sulla sua visuale, e avvertendo una piccola ammaccatura sotto alle zampe, che nel tentativo di massaggiarle, lasciarono scoprire una moneta. Non era stato solo un sogno: finalmente il suo desiderio sarebbe diventato realtà.<br />
Seguì alla lettera le indicazioni di Aquilsonia, navigò sulla sua zattera per due interi giorni, superò isole ed isolotti, sorpassò palme e pinete, mangiò noci di cocco e bacche selvatiche, inalò il profumo del mare, l&#8217;odore acre delle conchiglie sulla spiaggia, inspirò la brezza del mattino e assaporò il tepore dell&#8217;aria della sera. Navigò e nuotò, sicuro che il suo aspetto, e la sua vita, sarebbero cambiati.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-212" title="Immagine11" src="http://www.fiabepersognare.it/wp-content/uploads/2008/11/Immagine112.jpg" alt="Immagine11" width="285" height="266" /><br />
Camminò, saltò, attraversò, finché non giunse alla Grande Cascata, dalla quale sentì provenire voci, sospiri, ululati, grida d&#8217;aiuto, che attirarono immediatamente la sua attenzione. Boris, senza pensarci due volte, si precipitò sul posto per vedere se poteva essere d&#8217;aiuto.<br />
Susanna, la bellissima pavonessa dal piumaggio iridescente, che si stava vantando con gli altri animali del suono della sua voce, del colore delle sue penne, della piega del suo ciuffo, saltellando di pietra in pietra, era scivolata ed era piombata nelle acque gelide del fiume. E quelle acque l&#8217;avevano trasportata fino alla cascata: di lì a  poco sarebbe precipitata nel vortice di schiuma, trascinata dalla corrente che imperterrita, irrefrenabile, violenta, strappava le radici secche dagli alberi sulla riva, i fili d&#8217;erba, i fiori, rosicchiava la terra degli argini, i sassi, le pietre. Susanna, che non si era mai trovata in un simile pasticcio, e che era sempre stata una pavonessa forte ed orgogliosa,  che aveva passato gli ultimi mesi della sua vita a vantarsi della sua bellezza, si stava pian piano rendendo conto che, salvo miracoli, non sarebbe riuscita a trovare una via di fuga.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-213" title="Immagine4" src="http://www.fiabepersognare.it/wp-content/uploads/2008/11/Immagine4.jpg" alt="Immagine4" width="285" height="266" /><br />
Non so se si sia trattato di un miracolo, o semplicemente dell&#8217;animo grande di un gastrello, che non aveva mai avuto tanto dalla vita, ma che era convinto di poter dare di più. Perché credeva ancora nei valori, perché sperava che qualcuno, se lui si fosse trovato nella medesima situazione, avrebbe fatto lo stesso, perché stava pian piano capendo che non è importante come si appare, ma come ci si rapporta con gli altri, come si è, quel che si fa.<br />
In pochi minuti spiccò il volo, in maniera goffa e poco elegante, e sorvolò il fiume, si precipitò verso la pavonessa, e con i suoi denti aguzzi, la prese per la coda, pochi secondi prima che cadesse nel vortice della cascata gorgogliante e spumeggiante. Non avrebbe potuto farlo una farfalla o un aquilotto, che magari avrebbero avuto eleganza e velocità, ma non la forza per sollevare la pavonessa. Non avrebbe potuto farlo qualche altro animale più possente e forzuto, perché non avrebbe potuto sollevarsi in volo. Lui c&#8217;era riuscito. Il brutto e spelacchiato gastrello c&#8217;era riuscito. Perché era unico. Aveva dei talenti che poteva e doveva sfruttare. E mentre la pavonessa e gli altri animali lì presenti non finivano di ringraziare Boris, lui salì sulla pietra più alta per vedere se da lì poteva vedere l&#8217;isolotto degli aquiloni, la magica terra di Aquilsonia. Posò lo sguardo dove nasce il sole, squadrò oriente ed occidente, sbirciò in direzione della stella polare e ispezionò le terre del Sud. Spiò tutte le rotte inimmaginabili che i marinai percorrevano nonché i possibili tragitti a nuoto, ruotò la visuale, ricontrollò l&#8217;orizzonte, alzò ed abbassò più volte lo sguardo. Ma non vide, nemmeno intravide, la sagoma dell&#8217;isola descritta accuratamente dalla fata.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-214" title="Immagine5" src="http://www.fiabepersognare.it/wp-content/uploads/2008/11/Immagine5.jpg" alt="Immagine5" width="285" height="266" /><br />
E ancora oggi io non so se quell&#8217;isola esista o meno, sta a voi deciderlo, forse esce dai nostri sogni ogni qual volta ne sentiamo la necessità, forse non esiste, ma abbiamo il bisogno di sapere che un posto così può esistere. Ma a Boris non importava più, ora aveva capito.</p>
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