Il villaggio di Eccomiquasonlà era abitato da miriadi di folletti, che  durante tutto l’anno si davano da fare per far felici bimbi ed adulti nel giorno Magico dell’anno, nel giorno in cui i desideri espressi davanti alla capanna del presepe possono diventare realtà, nel giorno in cui le aspirazioni e i sogni fantasticati davanti alle stelle cadenti possono realizzarsi. Ad ogni folletto è affidata una persona e, nessuno lo sa, ma questo essere piccolissimo ci vive accanto ogni giorno, ci studia, ci guarda vivere, sognare, amare e soffrire, ci sta accanto, ci asciuga le lacrime quando stiamo piangendo, ci tira le labbra per farci sorridere, ci nasconde i vestiti nell’armadio quando intendiamo indossare maglioni neri per  lasciarci solo quelli colorati…Un folletto è alto poco più di una spanna, indossa sempre una tuta rossa, durante i mesi estivi con maniche e pantaloncini corte, durante quelli invernali imbottita e rivestita di pelle di renna e munita di cappuccio.

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Hanno tutti i capelli lunghi alle spalle e racconti in trecce fermate da nastrini di raso bordò, naso lungo ad uncino, occhi grandi da cerbiatti, sempre sorridenti e con il volto pieno di luce. Non sono né uomini, né donne, non hanno età, non hanno figli, né parenti, ma vivono come in una grande famiglia, in amicizia e armonia, all’interno dei tronchi delle grosse querce del loro villaggio. Ogni tronco è strutturato a piani, raggiungibili tramite scale a  chiocciola, scivoli e liane. All’interno di esso vivono un centinaio di folletti, che entrano dalle fessure degli alberi, dai nidi dei picchi o degli scoiattoli, percorrendo le gallerie delle talpe o ancora lasciandosi trasportare dal fruscio del vento tenendo il loro ombrello aperto fino a  calarsi sui rami più nascosti e intrecciati da foglie e liane. A causa della loro professione di nostri angeli custodi, nelle loro case c’è sempre un andirivieni di creature che entrano ed escono, che vanno e  che vengono, che saltano  e che corrono, per non parlare dei mesi prima di Natale, nei quali ogni folletto è impegnato a  realizzare il desiderio del suo protetto. Non dormono mai, semmai si appisolano sotto il nostro cuscino cullati dalle melodie dei nostri sogni. E, adesso che sapete della loro esistenza, sarà inutile tentare di sorprenderli e scovarli, perché sanno rendersi invisibili, sanno camuffasi e mimetizzarsi con i colori della parete e  del pavimento, sanno nascondersi dietro le tende o sotto alle lenzuola…Ma se una sera d’estate uscite dalla vostra casa e vi sedete sull’altalena in giardino, fissando la via lattea, sentirete che il gracidare delle rane e la cantilena festosa dei grilli vi sussurrerà il nome del vostro folletto: il mio, ne sono sicura, si chiama Hans.
Ma Rik, invece, aveva seri problemi con Filippo.
Filippo era un ragazzino che il giorno di Natale avrebbe compiuto dieci anni, ma non era mai riuscito ad entrare in sintonia con Rik, il suo folletto. Fin dai primi giorni di vita Filippo si era dimostrato scaltro e sveglio, ma strillava in continuazione, tenendo sull’attenti la mamma giorno e notte. Pensava di aver fame e dopo due minuti piangeva disperatamente perché capiva che voleva solo stare in braccio… E quando la mamma soddisfatta lo vedeva appisolarsi tra le sue braccia e lo appoggiava delicatamente e con cura nella sua culla accanto ai suoi orsacchiotti, gli strilli ricominciavano. All’asilo era la disperazione di Madre Rosa, che non sapeva più cosa fare e  soprattutto dove ripararsi di fronte  agli sputi maldestri degli ottimi risotti e delle tenere bistecche preparate con amore dalla cuoca della mensa. Per non parlare delle pareti dell’aula, irrimediabilmente scarabocchiate e chiazzate dall’impronta delle mani impregnate di fango, di sugo e dei colori a  tempera, dall’abile artista. O di Ugo, il bambino gracile con gli occhiali e l’apparecchio, che scappava  e cominciava a piangere quando lo vedeva, tentando ogni volta inutilmente di nascondere la sua merenda per non farsela rubare. Alla scuola elementare le cose non migliorarono, Filippo copiava i compiti, disturbava la lezione, gridava nei corridoi, spiava i compagni in bagno, soffiava le palline di carta dalla cartuccia della penna smontata sui capelli delle compagne. Non buttava le carte nei cestini, non accarezzava il cane, non dava il bacio della buona notte ai propri genitori, non salutava i compagni, sghignazzava felice ogni volta che gli balzava alla mente un nuovo dispetto da sperimentare. Durante la merenda scriveva sulla lavagna  filastrocche di scherno nei confronti della bidella, della maestra o del suo vicino di banco Ugo. I genitori erano disperati e non sapevano più come comportarsi, anche perché il ragazzo non aveva più amici: nessuno voleva più avvicinarsi a lui, nessuno lo invitava alle feste di compleanno o la domenica al parco o ai pick-nick, erano tutti terrorizzati!

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Filippo odiava il Natale, soprattutto perché gli sembrava che tutte le persone fossero prese da quella stupida atmosfera che li induceva a pensare a come far felici gli altri, tanto da dimenticarsi di lui e del suo compleanno… E gli sembrava che i suoi genitori non si occupassero abbastanza dei suoi regali, che avrebbero potuto essere doppi se solo fosse nato in un giorno diverso…
E Rik, nonostante parasse ogni giorno le palline di carta soffiate per evitare che finissero tra i capelli delle sue compagne, o si desse da fare per cancellare la lavagna, o per fare in modo che Ugo si trovasse il più lontano possibile da Filippo, non era mai riuscito ad entrare in perfetta sintonia con lui.
Non voleva nascondere le sue marachelle, voleva evitare che le combinasse, ma come? Tanto più che tra poco sarebbe stato Natale e Filippo si era sempre dimostrato più irrequieto e vivace del solito nei giorni antecedenti: era infastidito dalle luci, dalla frenesia di appendere due palline rosse ad un pino che perdeva gli aghi in cucina o di allestire una capanna con del muschio finto.
La notte delle Vigilia di Natale lievi e soffici fiocchi cristallini cominciarono a coprire il manto erboso, le foglie degli alberi, le capocchie dei funghi, le cime delle montagne e le strade della città. I folletti erano in trepidazione, fieri della loro creazione o della loro sorpresa accuratamente studiata per un anno intero, stavano lucidando la scatola, finendo di impacchettare, tirando fiocchi e nastri in un clima di euforia generale. Rik non era per niente soddisfatto del suo regalo: aveva amorevolmente inscatolato un modellino di un’ automobile telecomandata dal motore rombante e dai colori fluorescenti, desiderio che aveva sentito blaterare con insistenza negli ultimi giorni da Filippo, ma che sarebbe inevitabilmente finito per accumularsi nello scatole con gli altri giocattoli entro pochi giorni. I folletti erano pronti per partire per la loro consegna, una volta indossato il loro giaccone pesante con il cappuccio imbottito di pelliccia, appoggiarono le loro lampade ad olio davanti alla quercia, o sui rami o le appesero alle foglie, e andarono a  recuperare il loro pacco dorato.

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Filippo era triste, era stufo di essere evitato dai suoi compagni di classe, stufo di litigare con i genitori, stufo di avere mille giocattoli, ma nessuno con cui condividerli. Stufo di essere costretto ad imbrattare le pareti, a tirare i capelli ai compagni, a disturbare durante la lezione Stufo di non potersi dimostrare, una volta ogni tanto più debole, più sensibile. Stufo di mantenere il suo personaggio forte e temerario. Decise così di uscire di casa, per rinfrescarsi le idee e per capire se era arrivato il momento di cambiare qualcosa…
Una raffica di vento soffiò più forte del previsto, Filippo rabbrividì, e si coprì il naso sotto la sciarpa di lana, lasciando fuori solo i due occhioni vispi.
In quello stesso momento le lampade dei folletti caddero dai rami e, in pochi minuti un grosso incendio, alimentato dal fogliame secco, cominciò a bruciacchiare i rami e le cortecce delle vecchie querce e si diffuse pian piano alle radici e ai rami più alti. Le case dei folletti, i loro macchinari e i loro regali stavano andando a  fuoco, mentre gli abitanti correvano disperatamente e con le mani in alto, gridando aiuto, da un ramo all’altro, stando attenti a  non scottarsi i piedi. Filippo vide la scena, e, anche se non capiva bene ciò che stava succedendo, non si fermò un secondo per riflettere e prese il secchio dell’acqua in fondo al vecchio pozzo abbandonato e corse mille e mille volte verso il vicino ruscello per riempirlo e svuotarlo con determinazione addosso alle querce fumanti.

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In pochi minuti Filippo spense l’incendio e salvò il Natale.
Questo Filippo non può ricordarlo perché i folletti cancellarono dalla sua memoria la scena, ma gli furono talmente grati che, su indicazione di Rik, gli scaldarono il cuore, lo resero ubbidiente ai genitori, generoso con il prossimo, gentile con i compagni di classe. Il giorno di Natale e di compleanno fu per Filippo il più bello, quello che gli cambiò la vita.

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E ben presto se ne accorsero anche i suoi genitori, che lo premiarono con nuovi giochi ma soprattutto con tenere carezze, gli insegnanti che videro la sua media scolastica migliorare improvvisamente, i compagni di classe che cominciarono a invitarlo alle feste di compleanno e a passare i pomeriggi insieme.

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